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SUMMARY:XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2023 (ANNO A)
DESCRIPTION:\n \n\n\nIn quel tempo\, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:\n«Avverrà come a un uomo che\, partendo per un viaggio\, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti\, a un altro due\, a un altro uno\, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.\nSubito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli\, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due\, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento\, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.\nDopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.\nSi presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque\, dicendo: “Signore\, mi hai consegnato cinque talenti; ecco\, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene\, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –\, sei stato fedele nel poco\, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.\nSi presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore\, mi hai consegnato due talenti; ecco\, ne ho guadagnati altri due”. “Bene\, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –\, sei stato fedele nel poco\, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.\nSi presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore\, so che sei un uomo duro\, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.\nIl padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro\, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così\, ritornando\, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento\, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha\, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha\, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». \n\nCOMMENTO \nNel Vangelo di oggi ci troviamo di fronte ad una splendida parabola che ci fa riflettere sul senso e sul modo di impegnare la nostra esistenza. Domenica scorsa\, il Vangelo\, aveva dato già una risposta con l’invito a vegliare e a vigilare\, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni. Oggi\, con la parabola dei talenti (Mt 25\, 14-30)\, ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione. L’uomo della parabola\, andato lontano per un viaggio\, consegna i suoi beni (talenti) ai servi secondo le capacità di ciascuno. Fuori parabola\, diciamo che i talenti non sono primariamente i doni personali\, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o da Dio. Sono quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa. Sono quella capacità di amare che ci è stata data dalla bontà di Dio in varia misura e con essa possiamo rispondergli per diventare\, a nostra volta\, persone che fanno il bene come Lui. \nQuali\, dunque\, i significati della parabola? \nLa prima cosa che essa ci dice è che Dio si fida di noi. Non importa fare la conta di quali e quanti doni ci ha dato\, importante è riconoscere che si fida di noi e che ci ama a tal punto da darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il padrone della parabola è\, allora\, immagine di Dio\, che affida a ciascuno di noi i suoi beni che sono di inestimabile valore: questi beni\, prima che le nostre capacità naturali\, sono anzitutto suoi doni\, sua grazia: la sua parola\, i sacramenti\, il Suo perdono. Quindi\, tutti i doni che ci ha dato e continua a darci\, a cominciare dal dono della vita. Sì\, ognuno\, che sia fisicamente sano o ammalato\, più o meno capace\, è un dono unico e di inestimabile valore. Il secondo significato lo ricaviamo dal modo di comportarsi del terzo servo: i doni che abbiamo non vanno sepolti\, ma vanno affidati. Capiamo bene che se siamo un dono\, se la nostra vita è un dono\, l’unico modo perché si realizzi è quella di donarla agli altri\, metterci a servizio di Dio e del prossimo. Se teniamo tutto per noi o se lo nascondiamo\, per paura\, se viviamo all’insegna dell’egoismo\, tutto quello che siamo e che abbiamo si perderà; se invece lo doniamo\, si moltiplicherà e sarà nostro per l’eternità. A differenza dei primi due\, il terzo servo invece\, per paura\, non si mette in contatto con nessuno e nascondendo sotto terra il talento lo condanna a non farlo fruttare. Il Regno dei cieli\, allora\, è\, sì un grande dono\, ma è anche una grande responsabilità\, compresa dai primi due servi che sentono il dovere di impegnare\, subito\, i talenti ricevuti in consegna. Il tempo dell’assenza del padrone diventa\, così\, il tempo dell’impegno\, della laboriosità\, della fatica. E non importa se siamo più ricchi o più poveri: possiamo\, anzi\, dobbiamo dare il meglio di noi stessi. Dare il meglio significa riconoscere\, innanzitutto\, la bellezza e la preziosità del dono. Non possiamo sporcarlo o sotterrarlo perché non corrisponde ai nostri desideri o alle nostre ambizioni. Il servo che va a nascondere il talento\, affermando: “Signore\, so che sei un uomo duro\, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo” (vv. 24-25)\, ci dice\, inoltre\, che la paura è un blocco che viene\, spesse volte\, da un’immagine distorta di Dio\, l’immagine di un Dio duro\, di un Dio giudice\, pronto a castigare se il credente non obbedisce ai suoi comandamenti. La vita cristiana non è la religione dei meriti\, non è vivere con l’ansietà di dover accumulare meriti con la somma delle buone azioni. Purtroppo\, però\, i limiti umani costringono molte persone credenti ad avere paura perché non ce la faranno mai a corrispondere\, con le loro sole forze\, a condurre coerentemente una vita evangelica. E’ anche vero che questa immagine di Dio non è quella che ci ha rivelato Gesù. Il Dio di Gesù è\, invece\, quel Padre appassionato che si fida di noi e ci affida un tesoro prezioso che non possiamo non fare fruttare perché ci è stato donato\, per così dire\, su misura delle nostre capacità e possibilità. 
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