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  • Le ricerche storiche sui primi secoli della chiesa
11 Mar2025

Le ricerche storiche sui primi secoli della chiesa

Pubblicato da Franco nella categoria Approfondimenti

Quali sono i riscontri archeologici e documentali su Gesù e la sua famiglia? Come e quando è stata fondata la Chiesa di Roma? E quale ruolo vi hanno svolto Pietro e Paolo? Le vicende delle prime comunità cristiane sono ricche di testimonianze spesso poco note al grande pubblico.

  • La permanenza degli apostoli Pietro e Paolo a Roma
 

Una seconda questione-chiave ha riguardato la stessa permanenza di Pietro e Paolo nell’Urbe. Alcune voci critiche, infatti, hanno evidenziato gli scarsi dati riguardanti la presenza degli apostoli nella capitale, insistendo soprattutto su un vuoto documentativo riguardante Pietro. Ad esempio, è stato scritto che nella Lettera di Paolo ai romani non si trovano saluti rivolti a Pietro (Rm 16,1-15). Tale posizione, tuttavia, si è scolorata alla luce di acquisizioni letterarie e archeologiche. Già un presbitero romano di nome Gaio aveva fatto riferimento ai ‘trofei’ (tà trópaia) di Pietro (colle vaticano) e di Paolo (via Ostiense). Gli stessi padri della Chiesa e gli scrittori cristiani avevano indicato nell’Urbe il luogo del martirio dei due apostoli. A questo punto, si inserisce il contributo dell’archeologia. Grazie a più scavi, sono state riportate alla luce realtà significative: la tomba di Pietro, quella di Paolo, le prime raffigurazioni degli apostoli nelle catacombe, una serie di invocazioni incise sui muri rivolte ai due apostoli (sempre in catacombe), scoperte di siti che confermano la traditio (es. casa del senatore Pudente; ambienti presso San Paolo alla Regola). D’altra parte, gli stessi Atti degli Apostoli confermano in modo chiaro una presenza non breve di Paolo, prigioniero, a Roma. Rimane, allora, l’ultimo interrogativo: perché su Pietro esistono meno dati, visto il silenzio degli Atti in merito? La risposta è legata all’apostolato svolto da Pietro, diverso da quello di Paolo. Mentre quest’ultimo (di formazione rabbinica), attraverso dei viaggi missionari, volle sviluppare una predicazione che rifletteva uno studio della Parola del Messia, che esternava delle proprie riflessioni, e che cercava di offrire anche una prima ‘sistematizzazione’ di elementi della teologia dogmatica, Pietro (umile pescatore di Galilea) – al contrario – trasmise ai suoi ascoltatori il proprio vissuto accanto a Gesù. Egli, quindi, non avvertì l’esigenza di ‘consegnare’ una ‘dottrina’, ma fu costantemente impegno a ‘raccontare’ la vicenda di Cristo, anche con riferimenti ad aspetti probabilmente non riportati nei Vangeli (si trattava di una dinamica catechetica formata da domande e da risposte). In tale contesto, Pietro percorse un itinerario di ‘testimonianza’ fino a Roma, seguendo delle tappe che non conosciamo, anche se non mancano dei dati provenienti da testi apocrifi (Vangelo di Pietro, Atti di Pietro, Lettera di Pietro a Filippo…). Probabilmente, la permanenza dell’apostolo nell’Urbe si ridusse a un periodo breve (diversamente da quella di Paolo). Ma colui che aveva avuto il mandato di ‘pascere’, ebbe comunque la possibilità di raccontare, negli ambienti ove fu ospitato, fatti dell’Incarnazione del Figlio di Dio e l’evento pasquale. Lo attesta il fatto che un discepolo, Marco, volle poi utilizzare i ricordi di Pietro nella stesura del suo Vangelo Pietro, infatti, non possedeva la cultura necessaria per scrivere testi articolati, modulati a misura dei diversi interlocutori. Aveva, però, la diretta conoscenza dell’insegnamento di Gesù, e di quanto era avvenuto dopo la Risurrezione del Messia. Utilizzò quindi la sua personale esperienza che fece conoscere trasmettendo loghia (detti) e fatti di Cristo. Altri, in seguito, trascrissero quanto avevano ascoltato.

  • Primato petrino e successione apostolica

Una terza questione-chiave ha riguardato il primato petrino e la successione apostolica. Con riferimento a questi punti, è utile memorizzare alcuni dati. La prima comunità cristiana che si costituì a Roma costituì certamente un ‘segno’ importante. Unitamente a ciò, ebbe in sé anche dei limiti, incluse differenti linee di pensiero. Un fatto legato alla stessa recente formazione. La presenza degli apostoli Pietro e Paolo rese più forte l’unità ecclesiale (lo conferma la venerazione verso le loro tombe), ma non poté condurre a innovazioni interne di particolare rilievo, ad esempio in ambito organizzativo. Queste si verificarono in tempi successivi. Inoltre, la persecuzione neroniana aveva comunque indebolito, ma non cancellato, la presenza cristiana. Queste coordinate storiche rimangono importanti per comprendere un fatto. La Chiesa di Roma degli inizi non acquistò rilevanza grazie a un potere politico o a una forza numerica. Piuttosto, ‘crebbe’ in un ruolo particolare poggiando la sua autorità morale su testimoni della fede, su martiri. Non si trova, quindi, un desiderio di ‘prevalenza’ su altre Chiese Si individua, al contrario, una trasmissione di verità ricevute, e una sequela Christi che arriva fino allo spargimento del proprio sangue. Lo stesso presbitero Gaio, quando ricordò a Proclo l’importanza della Chiesa dell’Urbe, argomentò la sua posizione indicando semplicemente due sepolcri. Da qui, si può trarre una conseguenza: il primato petrino si tradusse prima di tutto in una diaconia di carità. In una ecclesialis communio. E si concretizzò pure in una diaconia in unitatem veritatis nell’impegno a ‘confermare nella fede’ i fratelli. Quest’ultimo aspetto si dimostrò rilevante in epoca antica e in seguito. Per un motivo. Perché diverse persone, fin dagli inizi del Cristianesimo, cominciarono a diffondere delle ‘proprie’ interpretazioni in materia dottrinale. E perché tali insegnamenti, eterodossi in tutto o in parte, divennero motivo di disorientamento e di divisione tra i battezzati.

  • La successione apostolica. Il cammino nel tempo

Nel contesto delineato, la successione apostolica si configurò come una normale sequentia de mandato. Pietro era morto martire, durante la persecuzione di Nerone (si pensa nel 64). I fedeli rimasti, deboli nel numero ma memori delle testimonianze dei martiri, non intesero vanificare il lavoro apostolico sorretto da più eroismi. E scelsero una persona. La ritennero capace di prendere il posto di colui che aveva ricevuto il mandato di pascere il gregem Christi. Fu individuato Lino. Il Liber Pontificalis riferisce che era originario della Tuscia. Alla luce dei dati disponibili, colpisce un fatto. Tale successione venne vissuta con uno spirito particolare. Si cercò di essere fedeli alla volontà dell’unico Maestro. Tutto ciò conduce a un’altra considerazione. Fu proprio l’attenzione rivolta alla Parola di Dio (‘Rivelazione’) a condurre verso ulteriori scelte: la difesa del patrimonium fidei, la valorizzazione della vita sacramentale, l’organizzazione della comunità cristiana, la traduzione in opere concrete delle affermazioni contenute nella ‘buona novella’ (es. edificazione di chiese, di diaconìe, missioni in più territori, corrispondenze tra Chiese), la difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione.

  • Difesa del patrimonium fidei

Il nucleo della dottrina cristiana, fin dall’inizio, dovette essere difeso all’esterno della Chiesa, e al suo interno. Al di fuori della vita comunitaria esistevano una molteplicità di fedi religiose che includevano pure i culti orientali (Cibele, Iside, Mitra…). Si adoravano molteplici divinità: Giove, Giunone, Minerva, Marte, Diana, Venere, Esculapio, Tellus, Vesta… Lo stesso imperatore assunse il titolo di pontefice massimo. Venne anche acclamato dominus et deus. Inoltre, durante le cerimonie sacre si praticavano con frequenza sacrifici animali, e si offrivano alle divinità cibi e libagioni. All’interno della Chiesa, il patrimonio di fede dovette essere difeso da correnti di pensiero che, sostenendo posizioni eterodosse, creavano fratture nella vita comunionale. Si pensi, ad esempio, alle correnti del docetismo (negazione natura umana e corporea di Cristo), dell’adozionismo (Gesù fu una creatura speciale), dell’arianesimo (sosteneva che vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito, fu creato in seguito), dell’apollinarismo (Cristo non ebbe un’anima razionale come l’uomo; nell’incarnazione il Verbo assunse un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo furono dovute unicamente al Verbo), del donatismo (i Sacramenti non sono efficaci di per sé, ma restano dipendenti dalla dignità di chi li amministra), del montanismo (forte rigorismo, specie in ambito sessuale), dello gnosticismo (la salvezza dell’anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata [gnosi] dell’uomo, del mondo e dell’universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della verità), et al.

  • Valorizzazione della vita sacramentale

La comunità cristiana, pur distribuita in più nuclei per esigenze organizzative (ci si riuniva all’inizio nelle case), attribuì una particolare importanza alla vita sacramentale, segnata da una liturgia molto semplice. Ogni incontro era caratterizzato da letture, commenti, canti, dalla fractio panis. Per entrare nella vita ecclesiale occorreva un periodo di preparazione. Alla fine, nella notte pasquale il catecumeno riceveva il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia. Da questo momento in poi partecipava ai riti religiosi. In tale contesto, fu soprattutto la fractio panis ad essere presa di mira da taluni calunniatori. La Chiesa di Roma si dovette difendere, e uno scrittore cristiano – Giustino, nato a Flavia Neapolis nel II secolo, – cercò di spiegare a interlocutori pagani come si svolgeva la celebrazione eucaristica: «(…) A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato. Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo. Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: preso il pane e rese grazie, egli disse: “Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo”. E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: “Questo è il mio sangue” e lo diede solamente a loro. Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo. E nel giorno chiamato del Signore ci raccogliamo in uno stesso luogo, dalla città e dalla campagna, e si fa la lettura delle memorie degli Apostoli e degli scritti dei Profeti, fin che il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, il preposto tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere; poi, finito di pregare, viene recato, come si è detto, pane, vino e acqua; e il capo della comunità nella stessa maniera eleva preghiere e ringraziamenti con tutte le sue forze e il popolo acclama, dicendo: “Amen!”. Quindi si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli alimenti consacrati e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti. I facoltosi e volenterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e quanto viene raccolto è consegnato al capo, il quale ne sovviene gli orfani, le vedove, i bisognosi per malattie o altro, i detenuti e i forestieri capitati (…). Ci aduniamo tutti dunque il giorno del Sole, perché è il primo giorno in cui Dio, cambiate tenebre e materia, plasmò il mondo, e in cui Gesù Cristo, Salvatore nostro, risorse dai morti. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione».

  • Organizzazione della comunità cristiana

Nel migrare del tempo, la Chiesa di Roma avvertì sempre più la necessità di dotarsi di una propria organizzazione. In una fase iniziale, infatti, i primi fedeli arrivati nell’Urbe rimanevano ancora collegati con la comunità ebraica, con i suoi riti, con le prescrizioni, con le preghiere da recitare in precisi momenti. Lo stesso imperatore Claudio, nell’anno 49, in un suo provvedimento punitivo, non fece distinzione tra ebrei e cristiani, perché giudicava quest’ultimi una setta ereticale di origine ebraica. Successivamente, affiorando le diversità dottrinali, tale osmosi venne meno. Lo sviluppo organizzativo si delineò in più tempi. Nella fase degli inizi (incontri nelle case) fu probabilmente lo stesso padrone dell’abitazione ove si riunivano i fedeli a guidare i momenti dell’incontro religioso. In un secondo periodo, quando si passò dalle domus ecclesiae ai tituli, le celebrazioni liturgiche furono guidate da vescovi e da sacerdoti (la Chiesa di Roma aveva ormai una propria gerarchia ecclesiastica). Successivamente, quando videro la luce le prime chiese paleocristiane, il disegno organizzativo interno della Roma cristiana era ormai completato.

  • Le opere derivanti dalla Buona Novella

Nell’organizzazione progressiva della Chiesa di Roma, un’attenzione particolare venne rivolta alle ‘opere’, cioè a quelle iniziative mirate a sostenere le diverse necessità dei fedeli. Si collocano qui, tra l’altro, le diaconìe, il sostegno agli infermi e la sepoltura dei defunti. L’istituzione di diaconìe nell’Urbe ebbe il fine di organizzare un’assistenza sociale a favore degli indigenti e a sostegno di situazioni di urgenza. Vi si sviluppò in modo graduale un disegno globale: soccorsi in natura, aiuti in denaro, ospitalità. Tali centri furono caratterizzati da un’autonomia economica e amministrativa. A Roma, tra il II e il III secolo, in pieno centro, esistevano quattro diaconìe: Santa Maria in via Lata (l’odierno Corso), San Giorgio al Velabro, Santa Maria in Cosmedin, San Teodoro sotto il Palatino. In seguito si aggiunsero quelle di San Marcello, San Marco, San Lorenzo in Damaso. Il sostegno ai malati si concretizzò con azioni religiose (presenza di sacerdoti) e con supporti assistenziali vari (provenienti in genere dalle diaconìe). In tale attenzione ebbe un’importanza particolare l’unzione degli infermi. La sepoltura delle persone decedute si svolse all’inizio nelle comuni aree riservate ai defunti. Tombe di pagani e di cristiani si trovarono una accanto all’altra. In seguito, durante i periodi delle persecuzioni, i vescovi di Roma incaricarono i propri diaconi di dirigere lavori per la costruzione di catacombe. Fu in questi luoghi che vennero deposte le salme dei martiri. Avvenne così un passaggio molto significativo: dalla città dei morti (necropoli) al luogo del riposo (cimitero).

  • “Nell’ora della prova”

La difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione si sviluppò seguendo più strade. A differenza di quanto scritto da taluni autori, le sanguinose azioni anti-cristiane non furono un fatto continuativo, e non si svilupparono tutte con la medesima intensità nelle diverse aree dell’impero. Si devono, quindi, ricordare anche periodi di tolleranza. Quest’ultimi, consentirono alle Chiese locali, inclusa Roma, di svilupparsi. In tale contesto, la cronaca riporta un dramma che accadde improvvisamente. Si verificò proprio nella capitale dell’impero. Nel 64, un incendio, durato una settimana, distrusse gran parte dell’Urbe. Il fatto motivò un accentuato rancore della popolazione verso l’imperatore del tempo: Nerone. Lo si accusava di aver fatto appiccare il fuoco. Ciò doveva servire a far crollare il valore dei terreni e ad acquistare le aree a basso costo per edificare un imponente palazzo imperiale. Il fine di riprendere il controllo di una situazione sfuggita di mano, l’imperatore dovette trovare un capro espiatorio. Fu individuato nei cristiani. Erano gli ultimi arrivati. Non potevano fare affidamento sui potenti del tempo. Esistevano su di loro molte dicerie. Nel gruppo dei condannati fu incluso l’apostolo Pietro. La persecuzione, comunque, fu limitata alla sola città di Roma. E terminò con il suicidio dell’imperatore.

  • Le ricerche storiche riguardanti il Tullianum

Nel recente periodo, in occasione della riapertura al pubblico dell’antico carcere Tullianum (poi Mamertinum in epoca medievale), a Roma, è riemerso un interrogativo: vi furono internati gli apostoli Pietro e Paolo? O il solo Pietro? Al riguardo, è utile ricordare che la struttura in questione acquistò la sua funzione penale intorno al VII secolo a.C., senza perdere comunque un valore simbolico Non costituì una prigione per delinquenti comuni. Si trattava piuttosto di un luogo dove rinchiudere (e uccidere) i nemici dell’Urbe. Era formato da due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici meridionali del Campidoglio, a fianco delle Scale Gemonie. La più profonda risale all’età arcaica(VIII-VII secolo a. C.). Venne ricavata nella cinta muraria di età regia che – all’interno delle Mura Serviane – proteggeva il Campidoglio. La seconda, successiva e sovrapposta, è di età repubblicana. Tra i detenuti più illustri si possono ricordare ad esempio: il re dei Sanniti Gaio Ponzio, il re della Numidia Giugurta (160 a.C. ca-104 a.C.), il capo delle tribù galliche Vercingetorix (80 a.C.-46 a.C., re degli Arverni), Simone di Giora, difensore di Gerusalemme (nel 71 d.C.), i congiurati di Catilina (Letulo Cetego et al., 60 a.C.). Il periodo che i prigionieri trascorrevano nel Tullianum poteva essere breve. In genere, l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo (come nel caso di Giuntura). La prigionia poteva, però, anche protrarsi nel tempo, come avvenne per Vercingetorix, che rimase rinchiuso sei anni prima di essere eliminato. Dal VII secolo d.C. il Tullianum perse la sua funzione di prigione, e iniziò a essere usato per il culto cristiano. I due ambienti divennero cappelle. Il fatto è da collegare con una tradizione. Quest’ultima affermava che anche gli apostoli Pietro e Paolo erano stati reclusi nel Tullianum prima di affrontare il martirio (si mostra a tutt’oggi una colonna alla quali furono legati). In questo stesso periodo, il luogo mutò nome, e cominciò ad essere chiamato carcere Mamertino. Nel corso del tempo, sopra il Tullianum fu edificata la chiesa di San Pietro in Carcere. In seguito, nel 1540, la confraternita dei Falegnami prese in consegna il luogo e vi edificò la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, terminata nel 1663. Con riferimento al culto cristiano, le indagini archeologiche hanno individuato pure i resti di alcuni affreschi (VIII-IX secolo, XI-XIV secolo). Tra questi, una delle prime raffigurazioni della Madonna della Misericordia (XIII secolo). Sulla presenza degli apostoli Pietro e Paolo nel carcere Tullianum gli storici rimangono cauti per diversi motivi. Il luogo venne utilizzato per controllare e neutralizzare i grandi nemici dell’impero romano. Ora, è difficile pensare che l’amministrazione dell’Urbe considerasse i due testimoni di Cristo come dei grandi nemici. Un po’ perché i tribunali romani in genere non si lasciavano coinvolgere in questioni religiose (considerate dei fatti interni tra sostenitori di dottrine). E un po’ perché Paolo, possedendo la cittadinanza romana, ebbe la possibilità – in attesa del primo processo – di alloggiare in un ambiente in affitto. Mentre, in prossimità del secondo processo, fu probabilmente relegato in qualche ambiente non distante dal tribunale. Pietro, poi, individuato e catturato dai vigiles, fu rinchiuso con altri cristiani in un luogo adibito alla custodia di gente certamente non famosa. Era uno sconosciuto. Al massimo si sapeva di lui che era un capo religioso. Ma tutto questo non importava a nessuno (tranne forse a qualche ebreo ortodosso per il quale l’apostolo doveva essere condannato avendo abbandonato la religione dei padri). C’è anche da sottolineare il fatto che Pietro e gli altri cristiani furono condannati a morte solo per un evento contingente (l’incendio di Roma del 64 d.C.). In tale occasione, l’imperatore Nerone si scagliò contro i seguaci della nuova religione solo perché aveva bisogno di un capro espiatorio. Lo dimostra il fatto che la persecuzione avvenne solo all’interno dell’Urbe, e che tutto poi ebbe termine con la morte del monarca. Quindi, in conclusione, Pietro e Paolo morirono certamente a Roma ma non perché considerati dai tribunali dei grandi nemici. A questo punto, si possono sviluppare due ipotesi. La prima, cerca di tener conto dello sviluppo di un culto cristiano presso il Tullianum. Diversi autori (Bisconti, Mazzoleni et. al.) sono convinti che là dove esiste un culto deve essere esistito comunque un fatto iniziale, un episodio, che rimanda a un martire. Tale tesi si è dimostrata in più casi confermata. Per questo motivo non è debole pensare a un’articolazione edilizia del Tullianum più estesa di quella che si pensa di conoscere. L’edificio, infatti, poteva avere più aree di reclusione. Una riservata a soggetti considerati molto pericolosi per lo Stato. E una, molto più estesa, capace di accogliere un alto numero di detenuti. È in questa seconda area che potrebbero essere stati rinchiusi pure gli apostoli. La seconda ipotesi, al contrario, tiene conto della posizione del circo di Caligola (divenuto poi di Nerone) alle pendici del Mons. Vaticana. Ora, se l’imperatore Nerone organizzava i suoi ludi circense nel proprio circo è facile supporre che chi era obbligato ad affrontare la morte in quel luogo doveva necessariamente essere confinato in qualche locale vicino. Ciò da una parte consentiva di facilitare lo spostamento dei prigionieri, e – dall’altra – favoriva una collocazione di ambienti carcerari in luoghi non troppo interni all’Urbe. Il fetore, infatti, che usciva dalle prigioni del tempo era notevole.

  • Lo sviluppo successivo

Dopo il periodo neroniano, le persecuzioni anti-cristiane si verificarono con caratteristiche tra loro diverse. Più studi hanno cercato di indagare su fatti avvenuti durante gli anni di Domiziano (81-96), Traiano (98-117), Adriano (117-138). Dai documenti del tempo, è noto che i cristiani erano prima interrogati. Dovevano poi giurare nel nome della ‘Fortuna (Tyche) di Cesare’ nelle aree di lingua greca, e nel nome del ‘Genio di Cesare’ in quelle di lingua latina. Erano ritenuti nemici dello Stato, atei convinti. Nella mentalità del tempo, si era convinti che il loro comportamento recava offesa agli dei, attirava la loro ira e provocava disgrazie alla popolazione e alle autorità statali. Le persecuzioni anticristiane proseguirono negli anni di Marco Aurelio (161-180), Commodo (180-192), di Settimio Severo (193-211). Per tentare di fermarle, alcuni scrittori cristiani si rivolsero agli imperatori e ad altre autorità trasmettendo delle lettere a difesa della nuova religione. Questi testi sono noti come Apologie. Tali iniziative si prolungarono per un periodo non breve. Nuovi attacchi si verificarono negli anni di Massimino il Trace (235-238)e Decio (249-251). Quest’ultimo, nel 250, stabilì che tutti i cittadini romani dovevano offrire un sacrificio agli dèi e all’imperatore. Chi si rifiutava subiva una durissima punizione. Ore critiche ci furono anche negli anni di Valeriano (253-260). Nel 260, però, Gallieno (260-268) abolì i decreti del padre (Valeriano), concesse ai vescovi la possibilità di rientrare dall’esilio, ordinò di riconsegnare alle chiese i loro beni. La situazione sembrò trovare un equilibrio. Ma si trattò di una fase provvisoria. Furono infatti decise nuove persecuzioni negli anni di Diocleziano (284-305). Rimase, però, diversa la linea adottata da Massenzio a Roma (306-312). La sua posizione non fu ostile alla nuova religione. Il 30 aprile 311 l’imperatore Galerio (305-311), decise di emanare un provvedimento a favore dei cristiani. Con tale editto, noto come editto di Nicomedia, promulgato anche a nome di Costantino e di Licinio, fu decisa la fine dei provvedimenti di Diocleziano. Vennero restituite alle Chiese i beni non ancora alienati dopo la confisca. Si ordinò la ricostruzione degli edifici di culto. Il Cristianesimo divenne ufficialmente religio licita. Nello stesso anno (novembre 311) Massimino Daia (305-313) ordinò nuove persecuzioni nella parte dell’impero orientale posto sotto la sua giurisdizione. Si arrivò alla fine all’accordo di Milano del febbraio 313 tra Costantino (augusto d’occidente, 313-324) e Licinio (augusto d’oriente, 313-324). Nel rescritto imperiale, trasmesso ai diversi governatori, si specificava: «sia consentito ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità». In pratica si confermò l’editto di Galerio.

  • La ricerca storica sulle persecuzioni

Sulle persecuzioni anti-cristiane dei primi secoli gli studiosi hanno cercato di percorrere più tracce d’indagine per poter acquisire dei dati sicuri, non leggendari. La ricerca è partita dagli Atti dei martiri, dai testi delle Apologie, dai provvedimenti imperiali, da disposizioni di legati romani, da corrispondenze del tempo, da testi di storici antichi, da riscontri anche archeologici. Nel contesto delineato, proprio l’attività archeologica ha consentito di ritrovare reperti significativi. Può essere utile riportare qui di seguito qualche esempio. Lavori di scavo durati anni e terminati nel 1978 hanno definitivamente riportato alla luce ciò che resta dell’anfiteatro romano di Lione (l’antica Lugdunum). Qui gli storici situano il supplizio di sei dei martiri di Lione, fra cui Santa Blandina, nell’estate del 177. Sono stati anche ritrovati dei libelli che risalgono alla persecuzione di Decio. Attestano l’abiura di singoli cristiani e il sacrificio offerto agli dei. Attualmente sono conservati cinque libelli originali: uno conservato ad Oxford uno a Berlino, due a Vienna e uno ad Alessandria.

  • Le indagini svolte nell’Urbe

Il graffito di Alessameno o graffito del Palatino e graffito blasfemo del Palatino

Di grande interesse fu una scoperta avvenuta a Roma nel 1857. Mentre si scavava nell’area del Paedagogium  (colle Palatino), fu trovato un graffito. I ricercatori rimasero colpiti dal fatto di vedere il disegno di un crocifisso con la testa di asino (o di mulo). Accanto al crocifisso venne individuata una figura maschile in atto di venerazione. In basso, gli studiosi riuscirono a leggere una frase in greco: Alexamenos sebete theon, che significa ‘Alessameno venera [il suo] dio’. L’immagine si fa risalire probabilmente al III secolo (alcuni indicano anche date anteriori fino all’85 d.C.). Attesta una posizione duramente anti-cristiana. L’accentuata derisione verso Gesù di Nazareth s’individua nella scelta di ritrarre quest’ultimo con una testa d’asino. Il fatto si collega a scritti del tempo ove si riportano una serie di dicerìe sui cristiani. Tra queste, quella che i fedeli adoravano una testa d’asino. Configurandosi al riguardo una bestemmia, taluni autori cattolici hanno preferito non citare nei loro scritti tale rinvenimento. Riveste interesse anche la figura di Alessameno. Era un servitore cristiano che lavorava nel palazzo dell’imperatore? La derisione verso la sua persona è duplice: da una parte la posizione delle braccia (una rivolta verso il crocifisso, l’altra verso terra) appare disarticolata, quasi goffa. Dall’altra, lo si presenta come un individuo che venera una testa d’asino.

  • Le ricerche sui martiri romani

Nel contesto delineato, la più estesa area d’indagine a Roma ha riguardato l’esplorazione delle catacombe, e l’individuazione dei sepolcri di martiri. Tale impegno ha attraversato più periodi storici e non è ancora terminato. Nuove scoperte arricchiscono, infatti, le conoscenze già possedute. Al riguardo, esistono molte considerazioni. Lo storico che si inoltra nello studio dei martiri romani dei primi secoli, deve certamente avere il coraggio di affrontare molte salite, e di passare continuamente in mezzo a più estremi. Con il trascorrere del tempo, infatti, si sono verificati più fatti che non facilitano gli approfondimenti. Si possono indicare, al riguardo, tre esempi. Nel momento in cui venivano uccisi i vari testimoni della fede (primi secoli della storia della Chiesa), i loro contemporanei furono direttamente coinvolti nelle tragedie in corso, e non erano nella condizione di scrivere in modo pacato delle memorie dettagliate. Ciò motiva l’esistenza di tradizioni solo orali. Un secondo esempio è legato al fatto che la circolazione di dati informativi, nel periodo degli inizi della Chiesa, non risultava facile. Diversi dettagli erano raccontati alle più diverse persone (predicatori itineranti, semplici cittadini, presbiteri…) che, con buona volontà, fornivano poi dei resoconti a confratelli di altre Chiese locali. In queste comunicazioni, che poggiavano su dati reali, poteva a volte svolgere un ruolo negativo o la debole memoria, o il coinvolgimento emotivo di chi parlava, o il fatto di aver appreso le vicende da terzi (che a loro volta riferivano quanto appreso da altre fonti). Occorre poi aggiungere un terzo elemento che può addolorare ma che è esistito: la distruzione di un elevato numero di siti archeologici cristiani. Tale fatto, purtroppo, non si è verificato solo in Paesi lontani da Roma, ma anche nella stessa Urbe. La crescita dell’espansione edilizia in generale, la stessa costruzione di edifici a uso pubblico, il ridisegno viario, gli scavi per parcheggi interrati, hanno in molteplici casi distrutto catacombe e altri ambienti di enorme valore. Ad esempio, agli inizi del 1956, durante gli scavi per le fondazioni di un nuovo palazzo in via Dino Compagni (vicino via Latina), fu scoperta per caso una catacomba. Il ritrovamento venne tenuto nascosto fino alla fine dei lavori di costruzione dell’edificio sovrastante. Tale fatto provocò danni alle pitture e alle strutture della catacomba, causati sia da improvvisati tombaroli che dalle gettate di cemento armato. L’antico ingresso dell’ipogeo è oggi ostruito dalla costruzione; si accede nelle due gallerie parallele da un tombino posto nel marciapiede in via Latina.

  • Le tendenze emerse

In tale contesto, si sono progressivamente strutturate due tendenze estreme che hanno, a loro volta, innestato dibattiti, polemiche e dure contrapposizioni. Da una parte, si è inteso privilegiare una linea centrata su un’affermazione-chiave: siccome i riscontri storici sono, in talune situazioni, limitati, occorre prendere atto del fatto che non si può affermare una verità storica su determinati martiri. Meglio, quindi, fermarsi e non andare oltre. Dall’altra, si è voluto integrare i dati mancanti in materia biografica ‘costruendo’ storie molto deboli sul piano storico (quando non apertamente fantasiose). Da qui, il nascere in ambienti scientifici di rilievi fortemente critici, con il rafforzamento dell’idea che la ricerca sui martiri ha fornito risultati non soddisfacenti. Tra questi due estremi, si deve, però, percorrere anche la strada dell’indagine paziente e graduale. Se da una parte occorre non cadere nel rischio di affermare ciò che è privo di riscontro storico, dall’altra – però – si deve prendere atto che il possedere dati incompleti, parziali, non implica ‘automaticamente’ la cancellazione di riferimenti che attingono a memorie che, a loro volta, si collegano a specifici episodi. Se si ha l’accortezza, di togliere in modo non rude una serie di ‘impostazioni’ mirate all’edificazione dei fedeli e a sviluppare una catechesi popolare, si ritorna ad avere in mano degli elementi storici che, pur scarni, documentano un’essenzialità d’informazione. Le storie dei martiri, infatti, furono molto semplici nel loro dramma. I cristiani venivano individuati e interrogati. Se non ripudiavano la propria fede erano uccisi. Tutto si svolgeva in modo rapido. Ciò è documentato anche dai verbali degli interrogatori che sono arrivati fino all’attuale periodo.[98] C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare. I martiri vennero certamente uccisi a motivo della loro fede. Non si deve, però, pensare a degli ‘eroi’ insensibili alla paura, all’angoscia, al panico, al terrore, al dolore fisico e psichico. Ad eccezione di quanti riuscirono a imporsi un auto-controllo e a sostenere i confratelli, non dovettero comunque mancare coloro che affrontarono le tragedie del momento manifestando tutta la propria umanità. Non furono ‘impassibili’. Furono umani. Ciò, non deve condurre a una facile conclusione: chi subì per forza una condanna a morte non si può considerare testimone di Cristo fino allo spargimento del proprio sangue. Mancherebbe l’elemento della volontà. Tale ragionamento, però, si rivela debole per alcuni motivi. Chi venne condannato a morte non sputò mai su qualche immagine cristiana per dimostrare la propria vicinanza agli dèi pagani. Non pregò né Giove, né la figura divinizzata dell’imperatore. Non chiese di gettare incenso davanti ai simulacri sacri. Manifestò solo ciò che gli restava: la propria umanità. Nella violenta cancellazione del domani, nella distruzione dei nuclei famigliari, nelle situazioni ove solo le urla dei condannati bastavano a far capire che cosa stava avvenendo in quel momento, i crolli fisici segnarono la conclusione di un’esistenza terrena, ma non il termine di un cammino di fede. Nell’ora della prova, si può infatti respingere il dramma. Si può gridare fino allo spasimo. Ma ciò non significa cancellare una scelta esistenziale. Un orientamento-chiave. Una fede legata a un semplice Nome. Quello di Gesù.

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