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10 Apr2026

Santa Faustina Kowalska

Pubblicato da Franco nella categoria Approfondimenti, Uncategorized

SANTUARIO DELLA MISERICORDIA

Maria Faustina Kowalska

(1905-1938)
Suor Faustina, terzogenita di dieci figli, nacque il 25 agosto 1905 da una povera famiglia di contadini, che abitava nel villaggio di Glogowiec in Polonia. Nel battesimo, ricevuto nella Chiesa parrocchiale di Swinice Warckie, presso Lódz, le venne posto il nome di Elena.
La famiglia Kowalski viveva di un piccolo podere agricolo e dell’attività di falegname del padre Stanislao, un uomo religioso, molto laborioso ma nello stesso tempo severo, il quale dimostrava un forte senso di responsabilità nell’adempimento dei suoi doveri professionali e familiari ed esigeva lo stesso dai figli, richiamandoli anche nelle loro più piccole trasgressioni. La madre, Marianna Babel, era invece una persona sensibile, affettuosa, tollerante, laboriosa e tenace; insegnava alla piccola Elena e ai suoi fratelli le verità della fede e gli stessi principi di condotta cristiana professati dal padre. Vivendo in questo ambiente i bambini crescevano con un profondo senso della disciplina e dell’obbedienza maturando una grande stima per le cose sante. Inoltre fin da piccoli essi venivano educati alla laboriosità, al senso di responsabilità ed alla collaborazione familiare.
Nella famiglia Kowalski la fede costituiva l’elemento essenziale della vita: Dio era sempre al primo posto e ogni giorno la preghiera si univa armoniosamente al lavoro. Infatti il padre stesso, fin dal primo mattino, cantava il tradizionale inno dell’alba: Kiedy ranne wstajq zorze e le Piccole Ore della Beata Vergine Maria; mentre durante la Quaresima tutti insieme cantavano Amari Lamenti e osservavano scrupolosamente il digiuno e l’astinenza. Anche se la famiglia viveva poveramente del duro lavoro, tuttavia riusciva a trovare sia il denaro per comprare i libri religiosi sia il tempo per la lettura fatta in comune. Sono state proprio queste letture a far nascere la disposizione alla vita religiosa nell’animo della piccola Elena che fin dall’infanzia voleva vivere per Dio come i protagonisti di questi libri. Ella ne ricordava bene il contenuto e lo raccontava ai suoi coetanei durante il pascolo del bestiame o mentre giocavano insieme.
Il clima religioso della famiglia favoriva in lei il formarsi di una viva e personale unione con Dio, che si è rivelata molto presto, fin dall’età di sette anni, come ella stessa scrisse nel Diario: « O Gesù nascosto, in Te c’è tutta la mia forza. Fin dai più teneri anni Gesù nel Santissimo Sacramento mi ha attirata a Sé. All’età di sette anni, mentre ero ai vespri e Gesù era esposto nell’ostensorio fu allora che mi venne trasmesso per la prima volta l’amore di Dio che riempì il mio piccolo cuore, ed il Signore mi fece comprendere le cose divine… Tutta la forza della mia anima proviene dal Santissimo Sacramento ».
A nove anni, come si usava allora, fece la sua prima confessione e si accostò alla Santa Comunione. Tornando dalla chiesa sentiva vivamente la presenza del Divino Ospite nella sua anima. « Perché non vai insieme alle tue amiche? – le domandò la vicina di casa -. Io vado con il Signore Gesù », rispose seriamente. La sua amica in quel giorno era felice perché aveva un bel vestito, mentre Elena era contenta perché aveva ricevuto Gesù. Istruita sui doveri religiosi, non soltanto cercava di adempirli da sola, ma desiderava anche che gli altri li adempissero. Il suo primo impegno era la Santa Messa domenicale. Quando non aveva un vestito decoroso per andare in chiesa, si rifugiava nell’orto con il libro delle preghiere, unendosi spiritualmente al sacerdote e ai fedeli che partecipavano alla Santa Messa; non rispondeva neppure alle chiamate della madre e solo dopo la celebrazione dell’Eucaristia andava da lei e baciandole la mano diceva: « Mammina, non ti arrabbiare, Gesù si sarebbe rattristato più di te se non mi fossi raccolta in preghiera ». Tra i suoi fratelli si distingueva non soltanto per la devozione e l’amore per la preghiera, ma anche per la laboriosità, l’obbe-dienza e la serena accettazione della povertà. Grazie ad un profondo senso di responsabilità aiutava molto volentieri i genitori rinunciando anche ai giochi; voleva essere obbediente ed evitare di dar loro dei dispiaceri. Fin da bambina era molto sensibile alle privazioni ed alla miseria della gente e cercava in ogni modo di aiutarla. Un giorno, per esempio, vestita da mendicante, si mise a girare per le case e, recitando preghiere, chiedeva l’elemosina per i poveri. Un’altra volta invece organizzò una lotteria, e i soldi raccolti li diede al parroco, destinandoli ai bisognosi. Frequentò la scuola di Swinice aperta nel 1917 solo per tre anni. La cominciò all’età di 12 anni e sebbene fosse una brava scolara, dovette rinunciare agli studi per far posto ai bambini più piccoli. Elena lasciò la casa natale quando aveva 16 anni portando con sé il tesoro della fede, l’amore per la preghiera, i sani principi della morale cristiana, nonché le virtù della laboriosità, dell’obbedienza e un forte senso di responsabilità. Prima andò ad Aleksandrów, vicino a Lódz dove lavorò come domestica dalla Signora Leokadia Bryszewska, proprietaria di un panificio. In quel periodo ebbe la misteriosa visione del « chiarore ». Dopo tale evento tornò a casa per chiedere il permesso di entrare in un convento. I genitori, pur essendo persone molto religiose, non volevano perdere la figlia migliore e giustificarono il rifiuto del permesso con la mancanza di denaro per la dote.
Ma Elena non si perse d’animo e decise di tornare a lavorare come domestica a Lódz. Prima trovò lavoro presso le Terziarie Francescane e dopo, presso Marcjanna Sadowska, proprietaria di un negozio di alimentari, la quale le affidò il compito di occuparsi della casa e dei bambini. « Era una persona allegra e alla mano – ricordava la sua padrona -. La sera quando si sedeva sullo sgabello, era subito circondata dai miei tre figli. Le volevano bene perché raccontava loro le fiabe… Quando dovevo partire non ero mai preoccupata, perché lei sapeva fare tutto meglio di me… Era gentile, educata, laboriosa. Non posso dire niente di male di lei perché era fin troppo buona. Così buona che mi mancano le parole di esprimermi ».
Mancandole il consenso dei genitori, Elena cercava di soffocare la voce della chiamata di Dio che – come scrive nel Diario -sentiva nella sua anima fin dall’età di sette anni. Un giorno andò con la sorella maggiore e con un’amica a una festa. Durante il ballo vide Cristo martoriato, il quale le diceva con rimprovero: «Quanto tempo ancora ti dovrò sopportare? Fino a quando mi ingannerai?». Sconvolta da questa visione lasciò la compagnia ed entrò nella chiesa più vicina, la cattedrale di Lódz. Prostrata davanti al Santissimo Sacramento chiese a Gesù cosa dovesse fare. Gesù le disse: «Parti immediatamente per Varsavia; là entrerai in convento». Informò la sorella della sua decisione, le chiese di salutare i genitori e partì per la capitale. Non conoscendo la città la prima cosa che fece fu di entrare nella chiesa di San Giacomo, nel quartiere di Ochota. Dal parroco ricevette l’indirizzo di una famiglia, presso la quale avrebbe potuto fermarsi finché non fosse stata accolta in un convento. « In quel tempo – annotò nel Diario – cominciai a cercare un convento, ma a qualsiasi porta ove bussai, incontrai un netto rifiuto. Il dolore attanagliava il mio cuore e dissi a Gesù: «Aiutami. Non lasciarmi sola»». Finalmente bussò alla porta della casa della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia che si trova a Varsavia in via Zytnia.
Dopo un breve colloquio, la superiora della casa, Madre Michaela Moraczewska, le suggerì di chiedere al Padrone della casa se l’avrebbe accolta. Elena comprese che doveva andare nella cappella a interpellare il Signore, e in risposta alla sua domanda sentì: «Ti accolgo; sei nel mio cuore». Quando riferì tali parole alla superi ora, questa le disse: «Se ti ha accettata il Signore, t’accetterò anch’io». Prima però di entrare Elena lavorò ancora per un anno come domestica presso Aldona Lipszyc a Ostrówek, per guadagnarsi una modesta dote. Il l°agosto 1925 Elena varcava la soglia della clausura nella casa della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia a Varsavia. Nel suo Diario confessa: « Mi sentivo infinitamente felice; mi pareva di essere entrata nella vita del paradiso. Dal mio cuore erompeva, unica, la preghiera della gratitudine ». Dopo alcune settimane sentì una forte tentazione di trasferirsi in un altro convento dove avrebbe potuto trovare più tempo per la preghiera. Allora Gesù, mostrandole il suo volto ferito e addolorato, le disse: «Tu mi causerai un simile dolore, se uscirai da questo ordine. È qui che t’ho chiamata e non altrove e ho preparato per te molte grazie».
Alla Congregazione alla quale Cristo chiamò Elena Kowalska appartenevano le cosiddette « Case della Misericordia » il cui scopo era la cura e l’educazione delle ragazze e delle donne bisognose di un profondo rinnovamento spirituale. Le Suore che svolgevano le funzioni di educatrici costituivano il cosiddetto primo coro. Al secondo coro appartenevano le suore che svolgevano i lavori (le mansioni) ausiliari. Ma ogni suora, indipendentemente dal tipo di lavoro a lei affidato, partecipava attivamente all’opera di salvare per l’eternità le anime che sembravano perdute. Elena fu accettata come suora del secondo coro, cioè fra le suore coadiutrici.
A Varsavia Elena trascorse i primi mesi della vita religiosa chiamati postulandato. In seguito si recò nella casa della Congregazione a Cracovia per compiere il noviziato. Durante la cerimonia della vestizione ricevette il nome di Suor Maria Faustina. Finito il noviziato emise i primi voti di castità, povertà ed obbe-dienza che rinnovò per 5 anni consecutivi fino alla professione perpetua emessa il 1° maggio 1933 a Cracovia. « Sono in Lui ed Egli in me – annotò in quell’occasione nel Diario. Nel momento in cui il Vescovo mi ha messo l’anello, Iddio è penetrato in tutto il mio essere… Dopo i voti perpetui la mia intima unione con Dio è tanto forte, quanto non è stata mai in precedenza. Sento che amo Dio e sento che Egli ama me. La mia anima dopo aver gustato Iddio, non saprebbe vivere senza di Lui».
Suor Faustina, come professa, visse in diverse case della Congregazione, più a lungo a Cracovia, poi a Plock, quindi a Wilno, adempiendo principalmente le mansioni di cuoca, giardiniera e portinaia. Esteriormente nulla tradiva la straordinaria ricchezza della sua vita mistica. Con zelo eseguiva i doveri che le venivano affidati, osservando fedelmente e scrupolosamente le regole della comunità: così le suore ricordavano Suor Faustina alcuni anni dopo la sua morte. Ella, pur conducendo uno stile di vita semplice, spontaneo ed allegro, tuttavia si distingueva per una intensa vita contemplativa. Nei rapporti con il prossimo manifestava sensibilità e benevolenza, evidenziando continuamente il suo grande amore per ogni persona. Soltanto il Diario ha svelato la profondità della sua vita spirituale nota solo ai confessori ed in parte alle superiore. Da un’attenta lettura di questi appunti si può comprendere quanto misticamente profonda fosse l’unione della sua anima con Dio e quanto Dio fosse presente nella sua anima, come pure le lotte e le difficoltà incontrate nel cammino verso la perfezione cristiana. «Gesù mio, – ha rivelato nel Diario – Tu sai che fin dai miei primissimi anni ho desiderato diventare una grande santa, cioè ho desiderato amarTi con un amore tanto grande, quale finora nessun’anima ha avuto verso di Te». Il Signore premiava generosamente il suo impegno spirituale concedendole il dono della contemplazione e della profonda conoscenza del mistero della Misericordia Divina. Gesù la onorava con grazie straordinarie come le visioni, le rivelazioni, le stimmate nascoste, l’unione mistica con Dio, il dono del discernimento dei cuori e della profezia, ecc. Ella, arricchita da queste grazie, ha scritto: « Né le grazie, né le rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono elargito alla mia anima la rendono perfetta, ma l’unione intima del mio spirito con Dio. Questi doni sono soltanto un ornamento dell’anima, ma non ne costituiscono la sostanza né la perfezione. La mia santità e perfezione consistono in una stretta unione della mia volontà con la volontà di Dio ». Nella vita spirituale di Suor Faustina Gesù ha scolpito due tratti caratteristici per i quali si distingueva quale apostola della Divina Misericordia: l’illimitata fiducia, la totale dedizione a Dio e l’attivo amore verso il prossimo che giungeva fino all’eroismo. « Figlia mia, – le disse Gesù – se per tuo mezzo esigo dagli uomini il culto della mia misericordia, tu devi essere la prima a distinguerti per la fiducia nella mia misericordia. Esigo da te atti di misericordia, che debbono derivare dall’amore verso di me. Devi mostrare sempre e dovunque la misericordia verso il prossimo: non puoi esimerti da questo, né rifiutarti né giustificarti».
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11 Mar2025

Le ricerche storiche sui primi secoli della chiesa

Pubblicato da Franco nella categoria Approfondimenti

Quali sono i riscontri archeologici e documentali su Gesù e la sua famiglia? Come e quando è stata fondata la Chiesa di Roma? E quale ruolo vi hanno svolto Pietro e Paolo? Le vicende delle prime comunità cristiane sono ricche di testimonianze spesso poco note al grande pubblico.

  • La permanenza degli apostoli Pietro e Paolo a Roma
 

Una seconda questione-chiave ha riguardato la stessa permanenza di Pietro e Paolo nell’Urbe. Alcune voci critiche, infatti, hanno evidenziato gli scarsi dati riguardanti la presenza degli apostoli nella capitale, insistendo soprattutto su un vuoto documentativo riguardante Pietro. Ad esempio, è stato scritto che nella Lettera di Paolo ai romani non si trovano saluti rivolti a Pietro (Rm 16,1-15). Tale posizione, tuttavia, si è scolorata alla luce di acquisizioni letterarie e archeologiche. Già un presbitero romano di nome Gaio aveva fatto riferimento ai ‘trofei’ (tà trópaia) di Pietro (colle vaticano) e di Paolo (via Ostiense). Gli stessi padri della Chiesa e gli scrittori cristiani avevano indicato nell’Urbe il luogo del martirio dei due apostoli. A questo punto, si inserisce il contributo dell’archeologia. Grazie a più scavi, sono state riportate alla luce realtà significative: la tomba di Pietro, quella di Paolo, le prime raffigurazioni degli apostoli nelle catacombe, una serie di invocazioni incise sui muri rivolte ai due apostoli (sempre in catacombe), scoperte di siti che confermano la traditio (es. casa del senatore Pudente; ambienti presso San Paolo alla Regola). D’altra parte, gli stessi Atti degli Apostoli confermano in modo chiaro una presenza non breve di Paolo, prigioniero, a Roma. Rimane, allora, l’ultimo interrogativo: perché su Pietro esistono meno dati, visto il silenzio degli Atti in merito? La risposta è legata all’apostolato svolto da Pietro, diverso da quello di Paolo. Mentre quest’ultimo (di formazione rabbinica), attraverso dei viaggi missionari, volle sviluppare una predicazione che rifletteva uno studio della Parola del Messia, che esternava delle proprie riflessioni, e che cercava di offrire anche una prima ‘sistematizzazione’ di elementi della teologia dogmatica, Pietro (umile pescatore di Galilea) – al contrario – trasmise ai suoi ascoltatori il proprio vissuto accanto a Gesù. Egli, quindi, non avvertì l’esigenza di ‘consegnare’ una ‘dottrina’, ma fu costantemente impegno a ‘raccontare’ la vicenda di Cristo, anche con riferimenti ad aspetti probabilmente non riportati nei Vangeli (si trattava di una dinamica catechetica formata da domande e da risposte). In tale contesto, Pietro percorse un itinerario di ‘testimonianza’ fino a Roma, seguendo delle tappe che non conosciamo, anche se non mancano dei dati provenienti da testi apocrifi (Vangelo di Pietro, Atti di Pietro, Lettera di Pietro a Filippo…). Probabilmente, la permanenza dell’apostolo nell’Urbe si ridusse a un periodo breve (diversamente da quella di Paolo). Ma colui che aveva avuto il mandato di ‘pascere’, ebbe comunque la possibilità di raccontare, negli ambienti ove fu ospitato, fatti dell’Incarnazione del Figlio di Dio e l’evento pasquale. Lo attesta il fatto che un discepolo, Marco, volle poi utilizzare i ricordi di Pietro nella stesura del suo Vangelo Pietro, infatti, non possedeva la cultura necessaria per scrivere testi articolati, modulati a misura dei diversi interlocutori. Aveva, però, la diretta conoscenza dell’insegnamento di Gesù, e di quanto era avvenuto dopo la Risurrezione del Messia. Utilizzò quindi la sua personale esperienza che fece conoscere trasmettendo loghia (detti) e fatti di Cristo. Altri, in seguito, trascrissero quanto avevano ascoltato.

  • Primato petrino e successione apostolica

Una terza questione-chiave ha riguardato il primato petrino e la successione apostolica. Con riferimento a questi punti, è utile memorizzare alcuni dati. La prima comunità cristiana che si costituì a Roma costituì certamente un ‘segno’ importante. Unitamente a ciò, ebbe in sé anche dei limiti, incluse differenti linee di pensiero. Un fatto legato alla stessa recente formazione. La presenza degli apostoli Pietro e Paolo rese più forte l’unità ecclesiale (lo conferma la venerazione verso le loro tombe), ma non poté condurre a innovazioni interne di particolare rilievo, ad esempio in ambito organizzativo. Queste si verificarono in tempi successivi. Inoltre, la persecuzione neroniana aveva comunque indebolito, ma non cancellato, la presenza cristiana. Queste coordinate storiche rimangono importanti per comprendere un fatto. La Chiesa di Roma degli inizi non acquistò rilevanza grazie a un potere politico o a una forza numerica. Piuttosto, ‘crebbe’ in un ruolo particolare poggiando la sua autorità morale su testimoni della fede, su martiri. Non si trova, quindi, un desiderio di ‘prevalenza’ su altre Chiese Si individua, al contrario, una trasmissione di verità ricevute, e una sequela Christi che arriva fino allo spargimento del proprio sangue. Lo stesso presbitero Gaio, quando ricordò a Proclo l’importanza della Chiesa dell’Urbe, argomentò la sua posizione indicando semplicemente due sepolcri. Da qui, si può trarre una conseguenza: il primato petrino si tradusse prima di tutto in una diaconia di carità. In una ecclesialis communio. E si concretizzò pure in una diaconia in unitatem veritatis nell’impegno a ‘confermare nella fede’ i fratelli. Quest’ultimo aspetto si dimostrò rilevante in epoca antica e in seguito. Per un motivo. Perché diverse persone, fin dagli inizi del Cristianesimo, cominciarono a diffondere delle ‘proprie’ interpretazioni in materia dottrinale. E perché tali insegnamenti, eterodossi in tutto o in parte, divennero motivo di disorientamento e di divisione tra i battezzati.

  • La successione apostolica. Il cammino nel tempo

Nel contesto delineato, la successione apostolica si configurò come una normale sequentia de mandato. Pietro era morto martire, durante la persecuzione di Nerone (si pensa nel 64). I fedeli rimasti, deboli nel numero ma memori delle testimonianze dei martiri, non intesero vanificare il lavoro apostolico sorretto da più eroismi. E scelsero una persona. La ritennero capace di prendere il posto di colui che aveva ricevuto il mandato di pascere il gregem Christi. Fu individuato Lino. Il Liber Pontificalis riferisce che era originario della Tuscia. Alla luce dei dati disponibili, colpisce un fatto. Tale successione venne vissuta con uno spirito particolare. Si cercò di essere fedeli alla volontà dell’unico Maestro. Tutto ciò conduce a un’altra considerazione. Fu proprio l’attenzione rivolta alla Parola di Dio (‘Rivelazione’) a condurre verso ulteriori scelte: la difesa del patrimonium fidei, la valorizzazione della vita sacramentale, l’organizzazione della comunità cristiana, la traduzione in opere concrete delle affermazioni contenute nella ‘buona novella’ (es. edificazione di chiese, di diaconìe, missioni in più territori, corrispondenze tra Chiese), la difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione.

  • Difesa del patrimonium fidei

Il nucleo della dottrina cristiana, fin dall’inizio, dovette essere difeso all’esterno della Chiesa, e al suo interno. Al di fuori della vita comunitaria esistevano una molteplicità di fedi religiose che includevano pure i culti orientali (Cibele, Iside, Mitra…). Si adoravano molteplici divinità: Giove, Giunone, Minerva, Marte, Diana, Venere, Esculapio, Tellus, Vesta… Lo stesso imperatore assunse il titolo di pontefice massimo. Venne anche acclamato dominus et deus. Inoltre, durante le cerimonie sacre si praticavano con frequenza sacrifici animali, e si offrivano alle divinità cibi e libagioni. All’interno della Chiesa, il patrimonio di fede dovette essere difeso da correnti di pensiero che, sostenendo posizioni eterodosse, creavano fratture nella vita comunionale. Si pensi, ad esempio, alle correnti del docetismo (negazione natura umana e corporea di Cristo), dell’adozionismo (Gesù fu una creatura speciale), dell’arianesimo (sosteneva che vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito, fu creato in seguito), dell’apollinarismo (Cristo non ebbe un’anima razionale come l’uomo; nell’incarnazione il Verbo assunse un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo furono dovute unicamente al Verbo), del donatismo (i Sacramenti non sono efficaci di per sé, ma restano dipendenti dalla dignità di chi li amministra), del montanismo (forte rigorismo, specie in ambito sessuale), dello gnosticismo (la salvezza dell’anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata [gnosi] dell’uomo, del mondo e dell’universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della verità), et al.

  • Valorizzazione della vita sacramentale

La comunità cristiana, pur distribuita in più nuclei per esigenze organizzative (ci si riuniva all’inizio nelle case), attribuì una particolare importanza alla vita sacramentale, segnata da una liturgia molto semplice. Ogni incontro era caratterizzato da letture, commenti, canti, dalla fractio panis. Per entrare nella vita ecclesiale occorreva un periodo di preparazione. Alla fine, nella notte pasquale il catecumeno riceveva il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia. Da questo momento in poi partecipava ai riti religiosi. In tale contesto, fu soprattutto la fractio panis ad essere presa di mira da taluni calunniatori. La Chiesa di Roma si dovette difendere, e uno scrittore cristiano – Giustino, nato a Flavia Neapolis nel II secolo, – cercò di spiegare a interlocutori pagani come si svolgeva la celebrazione eucaristica: «(…) A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato. Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo. Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: preso il pane e rese grazie, egli disse: “Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo”. E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: “Questo è il mio sangue” e lo diede solamente a loro. Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo. E nel giorno chiamato del Signore ci raccogliamo in uno stesso luogo, dalla città e dalla campagna, e si fa la lettura delle memorie degli Apostoli e degli scritti dei Profeti, fin che il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, il preposto tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere; poi, finito di pregare, viene recato, come si è detto, pane, vino e acqua; e il capo della comunità nella stessa maniera eleva preghiere e ringraziamenti con tutte le sue forze e il popolo acclama, dicendo: “Amen!”. Quindi si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli alimenti consacrati e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti. I facoltosi e volenterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e quanto viene raccolto è consegnato al capo, il quale ne sovviene gli orfani, le vedove, i bisognosi per malattie o altro, i detenuti e i forestieri capitati (…). Ci aduniamo tutti dunque il giorno del Sole, perché è il primo giorno in cui Dio, cambiate tenebre e materia, plasmò il mondo, e in cui Gesù Cristo, Salvatore nostro, risorse dai morti. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione».

  • Organizzazione della comunità cristiana

Nel migrare del tempo, la Chiesa di Roma avvertì sempre più la necessità di dotarsi di una propria organizzazione. In una fase iniziale, infatti, i primi fedeli arrivati nell’Urbe rimanevano ancora collegati con la comunità ebraica, con i suoi riti, con le prescrizioni, con le preghiere da recitare in precisi momenti. Lo stesso imperatore Claudio, nell’anno 49, in un suo provvedimento punitivo, non fece distinzione tra ebrei e cristiani, perché giudicava quest’ultimi una setta ereticale di origine ebraica. Successivamente, affiorando le diversità dottrinali, tale osmosi venne meno. Lo sviluppo organizzativo si delineò in più tempi. Nella fase degli inizi (incontri nelle case) fu probabilmente lo stesso padrone dell’abitazione ove si riunivano i fedeli a guidare i momenti dell’incontro religioso. In un secondo periodo, quando si passò dalle domus ecclesiae ai tituli, le celebrazioni liturgiche furono guidate da vescovi e da sacerdoti (la Chiesa di Roma aveva ormai una propria gerarchia ecclesiastica). Successivamente, quando videro la luce le prime chiese paleocristiane, il disegno organizzativo interno della Roma cristiana era ormai completato.

  • Le opere derivanti dalla Buona Novella

Nell’organizzazione progressiva della Chiesa di Roma, un’attenzione particolare venne rivolta alle ‘opere’, cioè a quelle iniziative mirate a sostenere le diverse necessità dei fedeli. Si collocano qui, tra l’altro, le diaconìe, il sostegno agli infermi e la sepoltura dei defunti. L’istituzione di diaconìe nell’Urbe ebbe il fine di organizzare un’assistenza sociale a favore degli indigenti e a sostegno di situazioni di urgenza. Vi si sviluppò in modo graduale un disegno globale: soccorsi in natura, aiuti in denaro, ospitalità. Tali centri furono caratterizzati da un’autonomia economica e amministrativa. A Roma, tra il II e il III secolo, in pieno centro, esistevano quattro diaconìe: Santa Maria in via Lata (l’odierno Corso), San Giorgio al Velabro, Santa Maria in Cosmedin, San Teodoro sotto il Palatino. In seguito si aggiunsero quelle di San Marcello, San Marco, San Lorenzo in Damaso. Il sostegno ai malati si concretizzò con azioni religiose (presenza di sacerdoti) e con supporti assistenziali vari (provenienti in genere dalle diaconìe). In tale attenzione ebbe un’importanza particolare l’unzione degli infermi. La sepoltura delle persone decedute si svolse all’inizio nelle comuni aree riservate ai defunti. Tombe di pagani e di cristiani si trovarono una accanto all’altra. In seguito, durante i periodi delle persecuzioni, i vescovi di Roma incaricarono i propri diaconi di dirigere lavori per la costruzione di catacombe. Fu in questi luoghi che vennero deposte le salme dei martiri. Avvenne così un passaggio molto significativo: dalla città dei morti (necropoli) al luogo del riposo (cimitero).

  • “Nell’ora della prova”

La difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione si sviluppò seguendo più strade. A differenza di quanto scritto da taluni autori, le sanguinose azioni anti-cristiane non furono un fatto continuativo, e non si svilupparono tutte con la medesima intensità nelle diverse aree dell’impero. Si devono, quindi, ricordare anche periodi di tolleranza. Quest’ultimi, consentirono alle Chiese locali, inclusa Roma, di svilupparsi. In tale contesto, la cronaca riporta un dramma che accadde improvvisamente. Si verificò proprio nella capitale dell’impero. Nel 64, un incendio, durato una settimana, distrusse gran parte dell’Urbe. Il fatto motivò un accentuato rancore della popolazione verso l’imperatore del tempo: Nerone. Lo si accusava di aver fatto appiccare il fuoco. Ciò doveva servire a far crollare il valore dei terreni e ad acquistare le aree a basso costo per edificare un imponente palazzo imperiale. Il fine di riprendere il controllo di una situazione sfuggita di mano, l’imperatore dovette trovare un capro espiatorio. Fu individuato nei cristiani. Erano gli ultimi arrivati. Non potevano fare affidamento sui potenti del tempo. Esistevano su di loro molte dicerie. Nel gruppo dei condannati fu incluso l’apostolo Pietro. La persecuzione, comunque, fu limitata alla sola città di Roma. E terminò con il suicidio dell’imperatore.

  • Le ricerche storiche riguardanti il Tullianum

Nel recente periodo, in occasione della riapertura al pubblico dell’antico carcere Tullianum (poi Mamertinum in epoca medievale), a Roma, è riemerso un interrogativo: vi furono internati gli apostoli Pietro e Paolo? O il solo Pietro? Al riguardo, è utile ricordare che la struttura in questione acquistò la sua funzione penale intorno al VII secolo a.C., senza perdere comunque un valore simbolico Non costituì una prigione per delinquenti comuni. Si trattava piuttosto di un luogo dove rinchiudere (e uccidere) i nemici dell’Urbe. Era formato da due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici meridionali del Campidoglio, a fianco delle Scale Gemonie. La più profonda risale all’età arcaica(VIII-VII secolo a. C.). Venne ricavata nella cinta muraria di età regia che – all’interno delle Mura Serviane – proteggeva il Campidoglio. La seconda, successiva e sovrapposta, è di età repubblicana. Tra i detenuti più illustri si possono ricordare ad esempio: il re dei Sanniti Gaio Ponzio, il re della Numidia Giugurta (160 a.C. ca-104 a.C.), il capo delle tribù galliche Vercingetorix (80 a.C.-46 a.C., re degli Arverni), Simone di Giora, difensore di Gerusalemme (nel 71 d.C.), i congiurati di Catilina (Letulo Cetego et al., 60 a.C.). Il periodo che i prigionieri trascorrevano nel Tullianum poteva essere breve. In genere, l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo (come nel caso di Giuntura). La prigionia poteva, però, anche protrarsi nel tempo, come avvenne per Vercingetorix, che rimase rinchiuso sei anni prima di essere eliminato. Dal VII secolo d.C. il Tullianum perse la sua funzione di prigione, e iniziò a essere usato per il culto cristiano. I due ambienti divennero cappelle. Il fatto è da collegare con una tradizione. Quest’ultima affermava che anche gli apostoli Pietro e Paolo erano stati reclusi nel Tullianum prima di affrontare il martirio (si mostra a tutt’oggi una colonna alla quali furono legati). In questo stesso periodo, il luogo mutò nome, e cominciò ad essere chiamato carcere Mamertino. Nel corso del tempo, sopra il Tullianum fu edificata la chiesa di San Pietro in Carcere. In seguito, nel 1540, la confraternita dei Falegnami prese in consegna il luogo e vi edificò la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, terminata nel 1663. Con riferimento al culto cristiano, le indagini archeologiche hanno individuato pure i resti di alcuni affreschi (VIII-IX secolo, XI-XIV secolo). Tra questi, una delle prime raffigurazioni della Madonna della Misericordia (XIII secolo). Sulla presenza degli apostoli Pietro e Paolo nel carcere Tullianum gli storici rimangono cauti per diversi motivi. Il luogo venne utilizzato per controllare e neutralizzare i grandi nemici dell’impero romano. Ora, è difficile pensare che l’amministrazione dell’Urbe considerasse i due testimoni di Cristo come dei grandi nemici. Un po’ perché i tribunali romani in genere non si lasciavano coinvolgere in questioni religiose (considerate dei fatti interni tra sostenitori di dottrine). E un po’ perché Paolo, possedendo la cittadinanza romana, ebbe la possibilità – in attesa del primo processo – di alloggiare in un ambiente in affitto. Mentre, in prossimità del secondo processo, fu probabilmente relegato in qualche ambiente non distante dal tribunale. Pietro, poi, individuato e catturato dai vigiles, fu rinchiuso con altri cristiani in un luogo adibito alla custodia di gente certamente non famosa. Era uno sconosciuto. Al massimo si sapeva di lui che era un capo religioso. Ma tutto questo non importava a nessuno (tranne forse a qualche ebreo ortodosso per il quale l’apostolo doveva essere condannato avendo abbandonato la religione dei padri). C’è anche da sottolineare il fatto che Pietro e gli altri cristiani furono condannati a morte solo per un evento contingente (l’incendio di Roma del 64 d.C.). In tale occasione, l’imperatore Nerone si scagliò contro i seguaci della nuova religione solo perché aveva bisogno di un capro espiatorio. Lo dimostra il fatto che la persecuzione avvenne solo all’interno dell’Urbe, e che tutto poi ebbe termine con la morte del monarca. Quindi, in conclusione, Pietro e Paolo morirono certamente a Roma ma non perché considerati dai tribunali dei grandi nemici. A questo punto, si possono sviluppare due ipotesi. La prima, cerca di tener conto dello sviluppo di un culto cristiano presso il Tullianum. Diversi autori (Bisconti, Mazzoleni et. al.) sono convinti che là dove esiste un culto deve essere esistito comunque un fatto iniziale, un episodio, che rimanda a un martire. Tale tesi si è dimostrata in più casi confermata. Per questo motivo non è debole pensare a un’articolazione edilizia del Tullianum più estesa di quella che si pensa di conoscere. L’edificio, infatti, poteva avere più aree di reclusione. Una riservata a soggetti considerati molto pericolosi per lo Stato. E una, molto più estesa, capace di accogliere un alto numero di detenuti. È in questa seconda area che potrebbero essere stati rinchiusi pure gli apostoli. La seconda ipotesi, al contrario, tiene conto della posizione del circo di Caligola (divenuto poi di Nerone) alle pendici del Mons. Vaticana. Ora, se l’imperatore Nerone organizzava i suoi ludi circense nel proprio circo è facile supporre che chi era obbligato ad affrontare la morte in quel luogo doveva necessariamente essere confinato in qualche locale vicino. Ciò da una parte consentiva di facilitare lo spostamento dei prigionieri, e – dall’altra – favoriva una collocazione di ambienti carcerari in luoghi non troppo interni all’Urbe. Il fetore, infatti, che usciva dalle prigioni del tempo era notevole.

  • Lo sviluppo successivo

Dopo il periodo neroniano, le persecuzioni anti-cristiane si verificarono con caratteristiche tra loro diverse. Più studi hanno cercato di indagare su fatti avvenuti durante gli anni di Domiziano (81-96), Traiano (98-117), Adriano (117-138). Dai documenti del tempo, è noto che i cristiani erano prima interrogati. Dovevano poi giurare nel nome della ‘Fortuna (Tyche) di Cesare’ nelle aree di lingua greca, e nel nome del ‘Genio di Cesare’ in quelle di lingua latina. Erano ritenuti nemici dello Stato, atei convinti. Nella mentalità del tempo, si era convinti che il loro comportamento recava offesa agli dei, attirava la loro ira e provocava disgrazie alla popolazione e alle autorità statali. Le persecuzioni anticristiane proseguirono negli anni di Marco Aurelio (161-180), Commodo (180-192), di Settimio Severo (193-211). Per tentare di fermarle, alcuni scrittori cristiani si rivolsero agli imperatori e ad altre autorità trasmettendo delle lettere a difesa della nuova religione. Questi testi sono noti come Apologie. Tali iniziative si prolungarono per un periodo non breve. Nuovi attacchi si verificarono negli anni di Massimino il Trace (235-238)e Decio (249-251). Quest’ultimo, nel 250, stabilì che tutti i cittadini romani dovevano offrire un sacrificio agli dèi e all’imperatore. Chi si rifiutava subiva una durissima punizione. Ore critiche ci furono anche negli anni di Valeriano (253-260). Nel 260, però, Gallieno (260-268) abolì i decreti del padre (Valeriano), concesse ai vescovi la possibilità di rientrare dall’esilio, ordinò di riconsegnare alle chiese i loro beni. La situazione sembrò trovare un equilibrio. Ma si trattò di una fase provvisoria. Furono infatti decise nuove persecuzioni negli anni di Diocleziano (284-305). Rimase, però, diversa la linea adottata da Massenzio a Roma (306-312). La sua posizione non fu ostile alla nuova religione. Il 30 aprile 311 l’imperatore Galerio (305-311), decise di emanare un provvedimento a favore dei cristiani. Con tale editto, noto come editto di Nicomedia, promulgato anche a nome di Costantino e di Licinio, fu decisa la fine dei provvedimenti di Diocleziano. Vennero restituite alle Chiese i beni non ancora alienati dopo la confisca. Si ordinò la ricostruzione degli edifici di culto. Il Cristianesimo divenne ufficialmente religio licita. Nello stesso anno (novembre 311) Massimino Daia (305-313) ordinò nuove persecuzioni nella parte dell’impero orientale posto sotto la sua giurisdizione. Si arrivò alla fine all’accordo di Milano del febbraio 313 tra Costantino (augusto d’occidente, 313-324) e Licinio (augusto d’oriente, 313-324). Nel rescritto imperiale, trasmesso ai diversi governatori, si specificava: «sia consentito ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità». In pratica si confermò l’editto di Galerio.

  • La ricerca storica sulle persecuzioni

Sulle persecuzioni anti-cristiane dei primi secoli gli studiosi hanno cercato di percorrere più tracce d’indagine per poter acquisire dei dati sicuri, non leggendari. La ricerca è partita dagli Atti dei martiri, dai testi delle Apologie, dai provvedimenti imperiali, da disposizioni di legati romani, da corrispondenze del tempo, da testi di storici antichi, da riscontri anche archeologici. Nel contesto delineato, proprio l’attività archeologica ha consentito di ritrovare reperti significativi. Può essere utile riportare qui di seguito qualche esempio. Lavori di scavo durati anni e terminati nel 1978 hanno definitivamente riportato alla luce ciò che resta dell’anfiteatro romano di Lione (l’antica Lugdunum). Qui gli storici situano il supplizio di sei dei martiri di Lione, fra cui Santa Blandina, nell’estate del 177. Sono stati anche ritrovati dei libelli che risalgono alla persecuzione di Decio. Attestano l’abiura di singoli cristiani e il sacrificio offerto agli dei. Attualmente sono conservati cinque libelli originali: uno conservato ad Oxford uno a Berlino, due a Vienna e uno ad Alessandria.

  • Le indagini svolte nell’Urbe

Il graffito di Alessameno o graffito del Palatino e graffito blasfemo del Palatino

Di grande interesse fu una scoperta avvenuta a Roma nel 1857. Mentre si scavava nell’area del Paedagogium  (colle Palatino), fu trovato un graffito. I ricercatori rimasero colpiti dal fatto di vedere il disegno di un crocifisso con la testa di asino (o di mulo). Accanto al crocifisso venne individuata una figura maschile in atto di venerazione. In basso, gli studiosi riuscirono a leggere una frase in greco: Alexamenos sebete theon, che significa ‘Alessameno venera [il suo] dio’. L’immagine si fa risalire probabilmente al III secolo (alcuni indicano anche date anteriori fino all’85 d.C.). Attesta una posizione duramente anti-cristiana. L’accentuata derisione verso Gesù di Nazareth s’individua nella scelta di ritrarre quest’ultimo con una testa d’asino. Il fatto si collega a scritti del tempo ove si riportano una serie di dicerìe sui cristiani. Tra queste, quella che i fedeli adoravano una testa d’asino. Configurandosi al riguardo una bestemmia, taluni autori cattolici hanno preferito non citare nei loro scritti tale rinvenimento. Riveste interesse anche la figura di Alessameno. Era un servitore cristiano che lavorava nel palazzo dell’imperatore? La derisione verso la sua persona è duplice: da una parte la posizione delle braccia (una rivolta verso il crocifisso, l’altra verso terra) appare disarticolata, quasi goffa. Dall’altra, lo si presenta come un individuo che venera una testa d’asino.

  • Le ricerche sui martiri romani

Nel contesto delineato, la più estesa area d’indagine a Roma ha riguardato l’esplorazione delle catacombe, e l’individuazione dei sepolcri di martiri. Tale impegno ha attraversato più periodi storici e non è ancora terminato. Nuove scoperte arricchiscono, infatti, le conoscenze già possedute. Al riguardo, esistono molte considerazioni. Lo storico che si inoltra nello studio dei martiri romani dei primi secoli, deve certamente avere il coraggio di affrontare molte salite, e di passare continuamente in mezzo a più estremi. Con il trascorrere del tempo, infatti, si sono verificati più fatti che non facilitano gli approfondimenti. Si possono indicare, al riguardo, tre esempi. Nel momento in cui venivano uccisi i vari testimoni della fede (primi secoli della storia della Chiesa), i loro contemporanei furono direttamente coinvolti nelle tragedie in corso, e non erano nella condizione di scrivere in modo pacato delle memorie dettagliate. Ciò motiva l’esistenza di tradizioni solo orali. Un secondo esempio è legato al fatto che la circolazione di dati informativi, nel periodo degli inizi della Chiesa, non risultava facile. Diversi dettagli erano raccontati alle più diverse persone (predicatori itineranti, semplici cittadini, presbiteri…) che, con buona volontà, fornivano poi dei resoconti a confratelli di altre Chiese locali. In queste comunicazioni, che poggiavano su dati reali, poteva a volte svolgere un ruolo negativo o la debole memoria, o il coinvolgimento emotivo di chi parlava, o il fatto di aver appreso le vicende da terzi (che a loro volta riferivano quanto appreso da altre fonti). Occorre poi aggiungere un terzo elemento che può addolorare ma che è esistito: la distruzione di un elevato numero di siti archeologici cristiani. Tale fatto, purtroppo, non si è verificato solo in Paesi lontani da Roma, ma anche nella stessa Urbe. La crescita dell’espansione edilizia in generale, la stessa costruzione di edifici a uso pubblico, il ridisegno viario, gli scavi per parcheggi interrati, hanno in molteplici casi distrutto catacombe e altri ambienti di enorme valore. Ad esempio, agli inizi del 1956, durante gli scavi per le fondazioni di un nuovo palazzo in via Dino Compagni (vicino via Latina), fu scoperta per caso una catacomba. Il ritrovamento venne tenuto nascosto fino alla fine dei lavori di costruzione dell’edificio sovrastante. Tale fatto provocò danni alle pitture e alle strutture della catacomba, causati sia da improvvisati tombaroli che dalle gettate di cemento armato. L’antico ingresso dell’ipogeo è oggi ostruito dalla costruzione; si accede nelle due gallerie parallele da un tombino posto nel marciapiede in via Latina.

  • Le tendenze emerse

In tale contesto, si sono progressivamente strutturate due tendenze estreme che hanno, a loro volta, innestato dibattiti, polemiche e dure contrapposizioni. Da una parte, si è inteso privilegiare una linea centrata su un’affermazione-chiave: siccome i riscontri storici sono, in talune situazioni, limitati, occorre prendere atto del fatto che non si può affermare una verità storica su determinati martiri. Meglio, quindi, fermarsi e non andare oltre. Dall’altra, si è voluto integrare i dati mancanti in materia biografica ‘costruendo’ storie molto deboli sul piano storico (quando non apertamente fantasiose). Da qui, il nascere in ambienti scientifici di rilievi fortemente critici, con il rafforzamento dell’idea che la ricerca sui martiri ha fornito risultati non soddisfacenti. Tra questi due estremi, si deve, però, percorrere anche la strada dell’indagine paziente e graduale. Se da una parte occorre non cadere nel rischio di affermare ciò che è privo di riscontro storico, dall’altra – però – si deve prendere atto che il possedere dati incompleti, parziali, non implica ‘automaticamente’ la cancellazione di riferimenti che attingono a memorie che, a loro volta, si collegano a specifici episodi. Se si ha l’accortezza, di togliere in modo non rude una serie di ‘impostazioni’ mirate all’edificazione dei fedeli e a sviluppare una catechesi popolare, si ritorna ad avere in mano degli elementi storici che, pur scarni, documentano un’essenzialità d’informazione. Le storie dei martiri, infatti, furono molto semplici nel loro dramma. I cristiani venivano individuati e interrogati. Se non ripudiavano la propria fede erano uccisi. Tutto si svolgeva in modo rapido. Ciò è documentato anche dai verbali degli interrogatori che sono arrivati fino all’attuale periodo.[98] C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare. I martiri vennero certamente uccisi a motivo della loro fede. Non si deve, però, pensare a degli ‘eroi’ insensibili alla paura, all’angoscia, al panico, al terrore, al dolore fisico e psichico. Ad eccezione di quanti riuscirono a imporsi un auto-controllo e a sostenere i confratelli, non dovettero comunque mancare coloro che affrontarono le tragedie del momento manifestando tutta la propria umanità. Non furono ‘impassibili’. Furono umani. Ciò, non deve condurre a una facile conclusione: chi subì per forza una condanna a morte non si può considerare testimone di Cristo fino allo spargimento del proprio sangue. Mancherebbe l’elemento della volontà. Tale ragionamento, però, si rivela debole per alcuni motivi. Chi venne condannato a morte non sputò mai su qualche immagine cristiana per dimostrare la propria vicinanza agli dèi pagani. Non pregò né Giove, né la figura divinizzata dell’imperatore. Non chiese di gettare incenso davanti ai simulacri sacri. Manifestò solo ciò che gli restava: la propria umanità. Nella violenta cancellazione del domani, nella distruzione dei nuclei famigliari, nelle situazioni ove solo le urla dei condannati bastavano a far capire che cosa stava avvenendo in quel momento, i crolli fisici segnarono la conclusione di un’esistenza terrena, ma non il termine di un cammino di fede. Nell’ora della prova, si può infatti respingere il dramma. Si può gridare fino allo spasimo. Ma ciò non significa cancellare una scelta esistenziale. Un orientamento-chiave. Una fede legata a un semplice Nome. Quello di Gesù.

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09 Mar2025

Le ricerche storiche sui primi secoli della chiesa

Pubblicato da Franco nella categoria Approfondimenti

Quali sono i riscontri archeologici e documentali su Gesù e la sua famiglia? Come e quando è stata fondata la Chiesa di Roma? E quale ruolo vi hanno svolto Pietro e Paolo? Le vicende delle prime comunità cristiane sono ricche di testimonianze spesso poco note al grande pubblico.

Lo studio della vita della Chiesa nei primi secoli ha coinvolto l’interesse di più storici. Specie in epoca moderna, e nei decenni successivi, si è cercato di approfondire una serie di aspetti con l’intento di raggiungere diverse finalità. Con riferimento alla Terra Santa si riportano qui di seguito alcuni esempi. In ambito cattolico, il contributo offerto dai francescani della Custodia Terræ Sanctæ è stato (e continua a rimanere) significativo. Basti pensare alle ricerche effettuate a Betlemme, Nazareth, Gerusalemme (Getsemani, Dominus Flevit, Santo Sepolcro, Ascensione), Cafarnao, Ain Karem, El-Qubeibeh/Emmaus, Herodion, Kafr Kanna, Macheronte, Magdala, Nebo (Siyagha, Mukhayyet), Tabgha, Tabor… A questo apporto si aggiunge quello di altri archeologi cattolici che hanno lavorato a Gerusalemme, Nazareth, fino ad arrivare ai lavori diretti a Hierapolis dal prof. Francesco D’Andria, e a Cesarea Marittima dal prof. Antonio Frova. Esiste pure un debito di gratitudine verso personalità ebraiche che hanno offerto contributi con riferimento a passi del Talmud, e a scavi archeologici in siti importanti (piscina di Siloe o Siloam a Gerusalemme, Cana di Galilea, Herodion), e verso ricercatori palestinesi (sito archeologico di Khirbet El Tireh, a due chilometri da Ramallah, luogo di sepoltura del primo martire cristiano: Stefano). Tutto questo non deve far dimenticare l’opera di ricerca svolta da molti altri esperti. L’inglese Kathleen Kenyon, ad esempio, condusse nel 1963 degli scavi nella zona del Muristan, a sud della basilica del Santo Sepolcro. Fu lei a dimostrare che la collinetta del Golgota era effettivamente all’esterno delle mura di Gerusalemme (confermando in tal modo Eb 13,12: “egli patì fuori dalle mura della città”). E nel 1991 due studiosi greci, George Lavas e Saki Mitropoulos ritrovarono nell’area del Golgota un anello all’interno del quale era inserita in epoca antica una croce per le condanne a morte. Non sono comunque mancati, in più periodi, autori che hanno preferito inoltrarsi lungo confronti segnati da una certa vis polemica. Sul piano archeologico, si ricorda ad esempio la vicenda dell’ossario del I secolo d.C. Sul reperto venne individuata una scritta in aramaico: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”. La frase suggerì ad alcuni delle conclusioni riguardanti la composizione della Sacra Famiglia. In seguito, studi approfonditi hanno ridimensionato le tesi sostenute. Già in precedenza, comunque, la cronaca aveva registrato polemiche. Alcuni sostennero, ad esempio, che la narrazione dell’episodio evangelico di Emmaus conteneva un’indicazione sbagliata (“erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus”, Lc 24,13). Altri, ritennero erronea l’indicazione di Giovanni riguardante i cinque portici posizionati a Gerusalemme presso una piscina chiamata in ebraico Betzaetà (Gv 5,1-18). Anche in questi casi, l’archeologia ha fornito i riscontri necessari.

  • Gesù di Nazareth è esistito?

Già nei primi secoli d.C. la figura di Gesù trovò delle forti opposizioni. Per gli ebrei più ortodossi, la sua persona era vista come quella di un impostore (‘falso messia’). Un giudizio appesantito dall’accusa di blasfemìa (‘Figlio di Dio’). Ciò spiega due conseguenze: o se ne parlava male (sono state ritrovati scritti rabbinici ostili)  o si manteneva il silenzio più tombale. A questo gruppo di contemporanei, si aggiunse pure un nucleo di soggetti che contestò in modo animoso aspetti-chiave della ‘Buona Novella’, come la Passio Christi (si diceva: “un dio non può soffrire, non può essere inchiodato a una croce, non può morire”), e la Risurrezione (la tesi era: il corpo era scomparso perché trafugato di notte dai discepoli).In tempi successivi, e a noi più vicini, si è voluto contestare anche l’esistenza storica di Gesù. Si è quindi parlato di un mito. Di una favola. Altri autori hanno poi messo in discussione più dati evangelici. Ad esempio, è stato scritto che Gesù non poteva essere definito ‘nazareno’ perché nel I secolo Nazareth ‘non esisteva’.

Una serie di scavi condotti a Nazareth in più periodi, ha fatto riemergere ciò che rimane di un modesto villaggio agricolo. Gli archeologi sono riusciti a riportare alla luce resti di abitazioni, con forni, canali e cisterne per l’acqua, vasche per il bagno, silos e depositi per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, anelli per legare gli animali e pressoi per il vino e l’olio, insieme a molto materiale di uso comune, come vetri, pentole, bicchieri e vasi di ceramica che indicano il periodo in cui l’area era abitata, cioè tra il I e il II secolo. Nel 2009, l’archeologa israeliana Yardenna Alexandre (Israel Antiquities Authority) ha scoperto una casa risalente proprio al I secolo d.C. Vari biblisti (tra questi Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi e Romano Penna) e lo stesso Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) hanno poi dimostrato che i testi evangelici non sono stati scritti per trasmettere delle opere storiche, ma per comunicare un kèrigma (annuncio di Cristo incarnato, morto e risorto). Esistono ancora, oltre a scritti cristiani, anche documenti che in modo diretto o indiretto, fanno riferimento alla storicità di Gesù. Si tratta di testi di Giuseppe Flavio, Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio, Luciano di Samosata, Marco Aurelio, Minucio Felice, Celso, e di un passo tratto dal Talmud babilonese. Non è debole, poi, il fatto, che i più recenti studi sulle datazioni di importanti scritti cristiani (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere apostoliche) abbiano confermato una vicinanza temporale ai fatti collegati alla vicenda di Gesù di Nazareth. Ciò acquista rilevanza, considerando anche il fatto che nel 1835 il fondatore della Scuola di Tubinga, Chrétie Baur (1792-1860) sollevò ad esempio una criticità, sostenendo l’idea che le epistole di Paolo a Tito e a Timoteo costituivano dei falsi. Aggiungasi, infine, che diverse indicazioni fornite dagli evangelisti hanno avuto riscontro da scavi archeologici. Si pensi, ad esempio, all’iscrizione che menziona Ponzio Pilato o al ritrovamento del sepolcro di Caifa. Unitamente a ciò, il ritrovamento a Nazareth della più antica attestazione epigrafica di culto mariano (grazie a padre Bellarmino Bagatti ofm), ha dimostrato l’esistere di una radicata devozione in epoca antica: XE MAPYA (KAIRE MARIA) = Ave Maria.

  • La famiglia di Gesù

Nell’attuale periodo, la questione del ‘Cristo storico’ non sembra essere ricorrente. Riaffiora invece un interrogativo. Riguarda la ‘Famiglia di Gesù’. In pratica si dice: se le tre Persone presenti a Nazareth costituiscono una ‘sacra’ famiglia, come può un nucleo così speciale diventare esempio per le famiglie odierne (condizionate da limiti)? E si argomenta indicando alcuni dati: Cristo è vero Dio e vero Uomo; Maria riceve dei doni particolarissimi da Dio; e Giuseppe, padre ‘legale’, può contare – nell’ora della prova – sul sostegno di un angelo. Evidentemente, davanti a tale quesito si snoda un percorso teologico e un itinerario storico. La prima strada riconduce al Mistero dell’Incarnazione e all’Evento pasquale (Passione, Morte e Risurrezione del Figlio di Dio). La seconda via è collaterale ma non marginale. Conserva infatti un significato non debole. Sono proprio i dati storici a favorire una migliore comprensione di taluni temi-chiave: la ‘normalità’ di Nazareth, la ‘crescita’ di Cristo, i ‘vissuti’ di Giuseppe e di Maria.

  • Il confronto tra storici

Anche sul piano storico non sono mancati comunque dei confronti tra studiosi. Mentre alcuni autori hanno cercato di dimostrare l’attendibilità dei dati evangelici  altri si sono dimostrati più critici. In particolare, hanno manifestato riserve, perplessità, sul ‘silenzio’ degli evangelisti riguardo all’infanzia di Gesù. Per qualche scrittore non è accaduto niente di particolare. La tesi, però, non tiene conto di alcuni dati forniti da Matteo e da Luca, e anche di vicende motivate dal teso rapporto tra romani ed ebrei (la ribellione anti-romana di Sepphoris dopo la morte di Erode il Grande; e le rivolte legate al censimento del 6 d.C. organizzato da Sulpicio Quirinio e Coponio). Per altri ricercatori si sono invece verificati dei fatti sui quali si è voluto tacere. Questa tesi ha inteso avvolgere nel mistero i fatti dell’infanzia, pur esprimendo delle ipotesi. Non è mancato, poi, chi ha scelto di scrivere nuovi testi per raccontare fatti collegati alla crescita umana del Messia (utilizzando una certa ‘creatività’). Si colloca qui, ad esempio, il Vangelo dell’infanzia di Tommaso, chiamato anche Vangelo dello pseudo-Tommaso. È uno dei Vangeli apocrifi, scritto in greco e databile alla seconda metà del II secolo. Non va confuso con il Vangelo di Tommaso (chiamato anche ‘Quinto Vangelo’ o ‘Vangelo di Didimo Tommaso’), opera anch’essa apocrifa.

Infine, c’è anche chi (Nicolas Notovich) ha divulgato opere che trattano di una presenza itinerante di Gesù in terre lontane.

  • Il vissuto quotidiano

Tra le diverse posizioni che si possono prendere in considerazione, si ritrovano tesi caratterizzate da un criterio maggiormente legato al concetto di divinità. Secondo l’affermazione-chiave il Figlio di Dio rimaneva una Persona ‘straordinaria’. Nella sua vita terrena, già possedeva tutto lo scibile umano. Non aveva necessità di imparare da maestri. La natura divina gli consentiva di controllare tutto. Di modificare ogni evento a suo favore. Tale linea, però, si scostava dalla ‘logica’ dell’Incarnazione (“Et Verbum caro factum est”; Gv 1,14). La vita della famiglia di Gesù fu infatti segnata da una continua partecipazione a quanto accadeva in quel tempo. Matteo (Mt 2,22), Luca (Lc 2,1) e Marco (Mc 6,3), ad esempio, ne fanno riferimento in modo discreto. E lo stesso Giovanni, nel prologo del suo Vangelo sottolinea: “e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). In tale contesto, si trova quindi una normalità che si traduce in situazioni molto concrete: nello stare con gli altri (es. pellegrinaggi in carovana), nel seguire i dettami della Legge (es. circoncisione; Lc 2,21), nel partecipare agli incontri in sinagoga (Lc 4,16), nel celebrare le feste ebraiche (es. Pasqua, dall’ebraico Pesach, passaggio), nell’affrontare i problemi di ogni giorno (inclusi quelli lavorativi). In tal senso, sembra debole la tesi di chi afferma che alla Sacra Famiglia fu riservata in terra una vita ‘beata’. Speciale. Completamente ‘diversa’ da quella di altri nuclei. Priva di preoccupazioni e di incognite.

  • Yosef di Nazareth, téktón

Nella sua vita terrena, Giuseppe (Yosef) non fu immune da dubbi, incertezze, esitazioni, responsabilità, problemi contingenti. Dovette affrontare situazioni diverse. Ad esempio: superare l’ora del ripudio (gravidanza ‘inaspettata’ di Maria) dopo il fidanzamento, proteggere la sposa prossima al parto (per raggiungere Betlemme erano stati percorsi 130 chilometri), gestire una fuga da pericoli sovrastanti, condurre la famiglia in pellegrinaggio a Gerusalemme, portare avanti un impegno lavorativo che, considerate le modeste dimensioni di Nazareth, dovette estendersi ai luoghi del circondario (es. Sepphoris, distante sei chilometri, o Cafarnao). Dai Vangeli di Matteo e Marco è noto che Giuseppe esercitò il lavoro di téktón. I Padri latini della Chiesa tradussero questo termine con la parola ‘falegname’. Forse, si dimenticò che nella Palestina del I secolo il legno non era impiegato solo per fabbricare aratri e mobili. Lo si utilizzava, infatti, anche per costruire case. In tal senso, il padre legale di Gesù fu più esattamente un carpentiere. L’ultima prova dolorosa per Giuseppe riguardò l’ora della morte. Era stato per dei decenni il Redemptoris custos, eppure – chiudendo gli occhi su questa terra – non poté più svolgere una funzione di sostegno ai Suoi. D’altra parte, Simeone – “uomo giusto e timorato di Dio” – aveva predetto che solo l’anima di Maria sarebbe stata trafitta da una spada (Lc 2,25-35). Su Giuseppe fece silenzio.

  • Myrhiàm di Nazareth

Anche Maria, nell’esodo terreno, fu chiamata ad affrontare molteplici vicende. Pur incinta, dimostra – nell’episodio della Visitazione (Lc 1,39-56) – di essere una donna risoluta. Si allontana (sola o con altre donne?) in modo rapido (“in fretta”) dalla propria abitazione. E raggiunge quella di una parente vicina al parto. Per lo storico, l’episodio è importante. Conferma l’esistenza di una forte solidarietà femminile che si collocava in una più estesa dinamica di clan. Quando qualcuno si trovava in difficoltà, era il proprio clan ad aiutarlo. Per l’assistenza alle gravidanze e ai parti ci si affidava al sostegno delle donne. Ciò implicava un impegno di prossimità non breve (Maria resterà con la parente non giorni ma mesi). Si sapeva, infatti, che potevano sorgere complicazioni. Ed era anche noto il fatto che ogni parto rimaneva un evento comunque a rischio (specie se la primipara non era giovane, come nel caso di Elisabetta). Alla parente che assisteva toccavano più compiti: aiutare a cucinare, lavare, attingere acqua, sostenere eventuali lavori agricoli, accudire animali… Da tale episodio si ricava un’ulteriore dato. Si nota in Maria l’abitudine a interagire con i suoi contemporanei. Iniziando dai più vicini (Nazareth). Altri fatti, poi, sono indicatori di situazioni che in tempo ravvicinato (fuga da Erode, pellegrinaggio a Gerusalemme) e in anni successivi (critiche di parenti al Figlio, sostegno a Gesù e ai suoi discepoli, Passione e Morte di Cristo) segneranno il vissuto di questa Donna. Inoltre, l’episodio dell’affidamento di Maria all’apostolo Giovanni (Gv 19,27) conferma l’inesistenza di altri figli o figlie della Madonna.

  • Yeshua di Nazareth

Nel contesto delineato, pure la persona di Gesù (Yeshua) rimase inserita nelle realtà del tempo, nel rispetto di regole, usi, abitudini. Egli seguì un itinerario di crescita e di sottomissione. Gli evangelisti, su questo punto, fanno riferimento a uno sviluppo globale (Lc 2,52). Infatti, sarà proprio percorrendo più fasi temporali che Gesù condivise la condizione umana con le sue luci, le ombre, le ambiguità, le contraddizioni, i conflitti, le gioie, i dolori. È una crescita che si fa osservazione, comprensione dei vissuti, lettura di fatti quotidiani, interazione con i coetanei e con il mondo degli adulti, esperienza di lavoro. Quando arriverà l’ora della missione tra la gente, Cristo, nei comportamenti quotidiani e nell’insegnamento a singoli e a gruppi, indicherà aspetti esistenziali individuati già negli anni vissuti a Nazareth. Il desiderio di avere bambini accanto a sé (Mt 19,13-15) rifletterà, ad esempio, i giochi fatti in anni precedenti nel modesto villaggio della Galilea. E la stessa attenzione alle vedove (Lc 7,11-17), agli infermi (Mt 4,23-25), o l’abitudine a entrare nelle case (Lc 19,5), sarà un qualcosa che già a Nazareth aveva trovato una sua fase iniziale. Se quindi la crescita del Figlio di Dio non fu ridotta solo a un fatto fisico, anche la sua sottomissione ai genitori non è da leggere in chiave di mera ubbidienza (Lc 2,51). L’essere sottomesso rimanda infatti a un’interazione ‘con’, e a un’acquisizione di input formativi. Gesù, in pratica, non viene meno ai doveri di ogni ebreo. Esiste di conseguenza un itinerario religioso segnato da tre poli: il nucleo familiare (recita di preghiere, benedizioni in famiglia recitate da Giuseppe, consumazione di cibi regolata da norme cultuali); la sinagoga (dimensione più estesamente comunitaria; ambiente educativo; luogo di celebrazione della vita in Dio); il Tempio di Gerusalemme (la Casa del Padre; Gesù ascolta e pone domande ai maestri del tempo, seduto per terra, in cerchio, come da prassi ebraica).

  • La ricostruzione del volto di Gesù

  Ricostruzione del volto di Gesù adolescente fatta dalla Polizia di Stato

Nel contesto delineato, gli storici sono ormai concordi su due punti. Il primo riguarda un dato non marginale: quella della Sacra Famiglia non fu una ‘vita nascosta’. E il secondo evidenzia un altro aspetto: non ci sono dati per stabilire il livello economico del nucleo. Lo stesso concetto di ‘povertà’ deve essere usato con prudenza. Si deve, infatti, tener conto di un modo di vivere (villaggio rurale, Palestina, I secolo) diverso da quello legato a tempi successivi. Probabilmente bastavano delle risorse modeste. Appare quindi debole l’accentuazione di due estremi: a) l’insistere su una famiglia in difficoltà economica, b) e l’accentuare un alto ruolo sociale legato alle famiglie di provenienza, e all’impresa lavorativa di Giuseppe. Unitamente a ciò, chi scrive ha rivolto attenzione anche a un fatto recente che ha riguardato il volto di Gesù adolescente. Si è voluto, infatti, superare una tendenza che ha attraversato i secoli: quella di rappresentare l’immagine del fanciullo applicando a quest’ultima i canoni artistici dei diversi periodi e le indicazioni dettate – di volta in volta – dalle autorità ecclesiastiche del tempo. Nelle raffigurazioni in questione i criteri erano soprattutto dogmatici (centralità di Cristo), inseriti in un contesto di gloria, di vittoria, di insegnamento, di obbedienza al Padre, di Grazia. Emergeva in tal modo una pedagogia che, coinvolgendo anche il mondo emotivo del fedele, lo sospingeva a una prima riflessione, e poi a una più prolungata meditazione. Qualcuno (ad esempio san Francesco, a Greccio, 1223) cercherà poi di ricondurre l’attenzione dei suoi contemporanei anche all’essenzialità dell’Incarnazione. In tempi a noi più vicini, collegati agli studi sul Volto della Sindone conservata nel duomo di Torino, si è voluto muovere qualche passo per tentare un esperimento: cercare di ‘ricostruire’ in qualche modo il volto di Gesù adolescente partendo dall’immagine dell’Uomo della Sindone. Sul piano tecnico si è mossa la Polizia di Stato (2015) che, attraverso uno specifico programma informatico, e valorizzando l’esperienza dei suoi operatori, ha sviluppato un processo identificativo secondo una retrodatazione temporale. L’operazione non è stata comunque un fatto automatico, meccanico. È servita anche la preparazione scientifica dei tecnici per fissare dei parametri e per cancellare dal Volto i segni delle percosse. L’esito delle ricerche, di tipo sperimentale, è stato poi divulgato. La pubblicazione del ‘volto’ ricostruito dalla Polizia di Stato ha destato interesse. Sono emerse pure delle osservazioni. Una di queste ha riguardato il colore dei capelli. In realtà, non è possibile arrivare a delle certezze assolute perché il telo della Sindone è di colore ocra. Pur tuttavia, si ricorda che nella Palestina c’erano persone con capelli neri o anche fulvi (es. I Sam 16,12; rif. il giovane Davide).

  • La fondazione della Chiesa di Roma

Il dibattito tra gli studiosi, comunque, non ha riguardato solo la questione del ‘Gesù storico’ e il vissuto della sacra Famiglia a Nazareth. Dall’attenzione rivolta alla Palestina del I secolo, si è passati a focalizzare anche un percorso missionario che ha condotto i primi cristiani a raggiungere la capitale dell’impero: Roma. Su tale argomento, specie in periodi segnati da scismi interni alla Chiesa cattolica, si è voluto – da talune parti – scolorare determinati punti-chiave. Si è cominciato dalla fondazione della Chiesa di Roma, smentendo una sua centralità. È stato poi messo in discussione il ruolo di Pietro, non riconoscendolo capo della Chiesa. Anche sulla figura di Paolo non sono mancati rilievi. Il racconto che vuole Paolo di Tarso più volte imprigionato dai romani non è giudicato da taluni attendibile. Si discute su un quarto viaggio missionario. Vengono evidenziati i dati spuri di più testi apocrifi (Atti di Paolo, Atti di Paolo e Tecla, Lettera agli Alessandrini…). Alla fine, si è arrivati a negare il primato petrino e la successione apostolica. In tale dinamica hanno influito più fattori. Risulta evidente anche una logica ‘politica’ mirata a ‘tagliare’ il legame con Roma per affermare un principio di indipendenza, di ruolo primario. Per arrivare a questo obiettivo sono stati utilizzati pure argomenti storici. Il contesto delineato non ha favorito la ricerca sugli inizi della Chiesa. Nelle ore meno serene, in presenza di affermazioni segnate da tensione, si è preferito rispondere soprattutto in termini di autorità, di disciplina. Malgrado ciò, il trascorrere del tempo, pur in situazioni caratterizzate dalla presenza di antiche religioni, dal sorgere di nuove confessioni e dall’istituzione di Chiese nazionali, non ha fermato un lavoro di conservazione delle memorie, la venerazione dei martiri, e l’edificazione di luoghi di culto. In seguito, con il mutamento di più situazioni, gli studi storici hanno ricevuto un particolare sostegno, fino ad arrivare al recente periodo. Attualmente è estremamente elevato il numero di pubblicazioni riguardanti la presenza cristiana nell’Urbe e il ruolo del Papa.

  • I fondatori della Chiesa di Roma

Con riferimento ai confronti storici già ricordati, una prima questione-chiave ha riguardato la fondazione della Chiesa di Roma. Al riguardo, un dato rimane acquisito. Fu un gruppo di cristiani anonimi ad arrivare nell’Urbe, e a costituire il primo nucleo di seguaci di Gesù di Nazareth. Questo fatto, specie in epoca moderna, è stato utilizzato per sostenere la tesi che gli apostoli Pietro e Paolo non possono essere definiti ‘fondatori’ della Chiesa di Roma. Se non sono fondatori, si argomenta, la comunità cristiana che venne costituita e che si sviluppò nel tempo, deve essere considerata solo una delle tante Chiese locali. Senza particolari titoli privilegiati. Tale conclusione mantiene, però, un punto debole. I primi arrivati vissero e comunicarono certamente la ‘buona novella’, ma rimasero comunque una presenza segnata ancora da un’interazione con il giudaismo. Fu l’arrivo di Pietro e di Paolo a costituire ‘la novità’ per più motivi: – Pietro non era un semplice seguace della nuova religione, ma costituiva il testimone per eccellenza;[44] – Cristo stesso aveva conferito a Pietro il mandato di ‘pascere’, cioè di guidare il gregge di Dio (la Chiesa nascente); Gv 21,15-19; – nella capitale Pietro aveva versato il proprio sangue per Cristo (crocifissione; probabilmente all’inizio della persecuzione anti-cristiana di Nerone, anno 64 d.C.); – Paolo era divenuto ‘apostolo per vocazione’ (Rm 1,1) dopo l’evento avvenuto lungo la via che conduceva a Damasco (At 9,1-9); – Paolo non aveva solo sostenuto lo sviluppo della Chiesa nascente ma era divenuto ‘l’apostolo dei gentili’ (At 9,15); – Paolo già aveva interagito con i cristiani di Roma attraverso l’invio di una Lettera, scritta a Corinto tra il 55e il 58; – nell’Urbe Paolo aveva insegnato (At 28,30); – a Roma Paolo aveva versato il proprio sangue per Cristo, essendo stato decapitato presso le Aquæ Salviæ, poco a sud di Roma, probabilmente nell’anno 67 d.C. Nel contesto delineato, pare riduttivo parlare di una semplice ‘visita’ di Pietro e Paolo a Roma. Al contrario, sembra più esatto evidenziare un impegno di testimonianza arrivato al culmine. Raggiungere l’Urbe significava per gli apostoli il completamento di una missione. Gesù aveva infatti invitato i propri discepoli ad andare in tutto il mondo, e a predicare il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15).

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