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I Domenica di Quaresima Anno/B

18 Febbraio, 2018

«Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Mt 4,4

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

RIFLESSIONE

La prima lettura, tratta dal libro della Gesnesi, parla dell’alleanza fra Dio e l’uomo sigillata con Noè attraverso il segno dell’arcobaleno. Sappiamo bene però che l’uomo continuamente rompe l’alleanza che, sempre, Dio vuole rinnovare. La Bibbia presenta diverse volte il rinnovo dell’alleanza, con Abramo, poi con Mosè, i giudici e i re che si sono susseguiti alla guida del popolo. Infine, nella pienezza dei tempi, viene nel mondo Gesù, la nuova e definitiva alleanza stipulata da Dio con l’umanità. Ma, come si vede bene dalla vita di Gesù, essere in alleanza, mantenere l’alleanza, è un compito difficile, richiede di uscire vincitori dall’esperienza della tentazione, del deserto e della solitudine.

Nei vangeli di Matteo e Luca, il racconto delle tentazioni è piuttosto articolato, mentre quello di Marco, che abbiamo ascoltato ora, è un racconto molto secco, due sole righe in cui si dice semplicemente che lo Spirito gettò Gesù nel deserto per essere tentato da Satana per quaranta giorni. Il testo lascia intendere bene che la tentazione avviene in modo continuativo, non in situazioni episodiche. Marco non si dilunga nel descrivere le tentazioni, non fa una catechesi sulla tentazione, semplicemente fa osservare che dopo il battesimo Gesù non viene separato dalla storia e dalle sue ambiguità, anzi, è lo Spirito stesso che lo butta dentro questa storia fatta di lotta e insieme di pace come indica la presenza contemporanea delle bestie selvatiche e degli angeli: paura, rabbia, aggresività insieme a pace, fiducia, benevolenza.

Questa nuova alleanza che Dio stipula con l’umanità non è un nuovo contratto, ma è Gesù stesso, sintesi di entrambi i contraenti: ed è lui nella sua piena realtà umana che vive l’esperienza di essere gettato nel deserto e nella solitudine, vive la tentazione e la lotta che lo conducono alla vittoria e alla pace, una pace non significa l’annientamento delle belve, ma piuttosto la capacità di convivere con loro.

Gesù resta nel deserto quaranta giorni: occorre del tempo per vivere l’alleanza. La fedeltà è provata nella perseveranza, nello scorrere del tempo, quindi c’è bisogno di un periodo adeguato, una fase durevole come sono stati i quarant’anni del popolo nel deserto ripresi e simboleggiati dai quaranta giorni di Gesù nella solitudine della tentazione. I quaranta giorni non richiamano solo i quarant’anni di Israele, ma sono anche simbolo di una vita, di un ricambio generazionale. Il senso allora è che la tentazione non è solo un periodo, una fase giovanile della vita di una persona ma è tutto l’arco di tempo della sua esistenza.

Una leggenda degli indiani d’America riprende e spiega con molta chiarezza questo tema: «Un anziano capo indiano che aveva dentro di sé la saggezza del tempo, parlava a suo nipote della vita: “Dentro ognuno di noi c’è una lotta, – diceva al bambino con il suo solito tono calmo, – un terribile combattimento tra due lupi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo”. Il nonno fece pausa, per dargli modo di capire quello che aveva appena detto. “E l’altro?” domandò il bambino. “L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede”. Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero: “E quale lupo vince?”. Il vecchio nonno si girò a guardarlo e rispose con occhi limpidi: “Quello che nutri di più”.»

La quaresima è il tempo che la chiesa ci dona per poter nutrire il lupo che vive di pace e di speranza. Lo nutriamo ascoltando Gesù che ci annuncia la novità di Dio, la lieta notizia che il Regno è vicino, tanto vicino che possiamo sentirne il profumo, i suoni, tanto vicino che possiamo già vivere come se fossimo cittadini di questo Regno. Prima di lui e dopo di lui, molti sono venuti come profeti e hanno cominciato a denunciare il male, a lamentare la caduta dei valori, ad accusare la cattiveria dei tempi. Come se questa fosse la via per far trionfare il bene. Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II diceva: “Ci sono alcuni che nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; … come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”. Questa via così nuova non è altro che la via di Gesù: lui per primo piuttosto che denunciare, annuncia. E dice di credere al Vangelo, fidarsi dell’amore, nutrire l’amore, ascoltando il proprio cuore, ascoltando Dio che è sempre con noi, anche nella tentazione.

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Data:
18 Febbraio, 2018