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23 Ott2025

Il discepolo prediletto: chi era il discepolo “amato” da Gesù

Pubblicato da Franco nella categoria Le Storie

 
Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù. Pescatore, come i fratelli Simon Pietro e Andrea, aveva un rapporto speciale col Cristo.
Ecco perché:

Abbiamo già visto in molte occasioni quanta importanza Gesù attribuisse all’amicizia, e quanto tenesse in conto gli amici. Così è stato per Marta, Maria e Lazzaro di Betania, così per le molte donne che lo seguivano e ascoltavano le sue parole. A maggior ragione dobbiamo pensare che Egli fosse legato da un profondo legame con gli Apostoli, i sui discepoli più vicini, i dodici scelti per condividere con lui la vita di ogni giorno. E tra di loro aveva un discepolo prediletto, al quale era legato da un rapporto particolarmente tenero: si tratta dell’apostolo Giovanni, fratello degli apostoli Simone Pietro e Andrea, autore del Quarto Vangelo.

In realtà in nessun Vangelo viene rivelato il nome del discepolo prediletto. Nemmeno in quello di Giovanni stesso, che resta anonimo, così come tutti gli altri Evangelisti, del resto. Nel Vangelo di Giovanni l’apostolo non cita mai il proprio nome, l’unico Giovanni di cui racconta è Giovanni Battista. E tuttavia è proprio nel suo Vangelo che racconta in diversi passaggi l’atteggiamento affettuoso di Gesù nei confronti di questo misterioso discepolo prediletto:

Durante l’Ultima Cena, quando Gesù rivela chi sarà a tradirlo:

“Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di’, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?»” (Gv 13, 23)

Sotto la Croce:

“Gesù allora, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo l’accolse in casa sua.” (Gv 19,26-27)

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11 Mar2025

Il martirio cristiano, storia e significato

Pubblicato da Franco nella categoria Le Storie, Uncategorized

Il martirio è autenticazione della vita in Cristo e compimento della vita dischiusa nel battesimo: in altre parole, attesta – attraverso il coraggio di professare la propria fede fino alla morte – la genuinità di quella fede stessa e del cammino compiuto sulle orme del Signore.

In questa breve  parte si  illustra il significato storico e spirituale del martirio cristiano, fenomeno violento e sconcertante che segna soprattutto i primi secoli di vita della chiesa. L’analisi è estremamente densa sotto il profilo speculativo e ricca di riferimenti tratti dalla Scrittura e dalla letteratura dei “padri” (i teologi cristiani dell’Antichità): la pubblichiamo quindi in due puntate. Anticipando però le conclusioni a cui tende tutta l’argomentazione del  martirio non è un atto autolesionistico che nasca da una sorta di “fanatismo del dolore”, ma un atto di fedeltà consumato nella libertà, un’esperienza estrema che dimostra come l’amore sia più forte della violenza e della morte. In questo senso, il martirio dei primi cristiani è perfettamente coerente con l’atteggiamento che Gesù ebbe nei confronti della propria morte, e che tante volte abbiamo illustrato in questa rubrica: pur nell’angoscia estrema delle ultime ore prima dell’arresto, Gesù accettò la prospettiva della croce non per compiacere alla “volontà” di un Padre insensibile e crudele, ma per non rinnegare tutta una vita spesa nell’amore per Dio e per gli altri. In questa parte, si sottolinea alcune dimensioni rilevanti del martirio: testimonianza libera e consapevole; attestazione di fede nella verità fisica delle sofferenze patite dall’uomo Gesù, messa in dubbio dall’eresia nota come “docetismo”; compimento del Vangelo, e in particolare di quei luoghi in cui si prevedono sofferenze e persecuzioni per i cristiani (anche qui: non per un volere perverso di Dio, ma perché in un mondo ingiusto il giusto è sempre destinato a soccombere); imitazione concreta della vita e dello stile di Cristo. 

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11 Mar2025

Perché Cristo è stato ucciso

Pubblicato da Franco nella categoria Le Storie

Gesù era colpevole di due reati che la legge mosaica puniva con la pena di morte: essere un bestemmiatore perché si era proclamato figlio di Dio (Levitico 24,16), ed essere un falso profeta perché aveva promesso di distruggere e ricostruire il tempio in tre giorni (Deuteronomio 13,6).

Uno scandalo per gli uomini religiosi ebrei, assetati di segni e prodigi, e una follia per gli intellettuali greci, alla ricerca della sapienza e della felicità. Questo rappresenta, secondo l’apostolo Paolo, la morte violenta e maledetta di Cristo in croce. Eppure proprio su quella croce, dirà Giovanni nel suo vangelo, si manifesta pienamente la “gloria” del Figlio di Dio, ossia – secondo un semitismo normalmente non conservato nelle traduzioni moderne – la sua “verità” di narrazione vivente dell’autentico volto del Padre: un padre che non rinnega il suo amore e la sua fedeltà nemmeno di fronte al rifiuto dell’uomo. Eppure i primi cristiani hanno fatto fatica ad accettare questo paradosso, e ancora oggi i credenti si chiedono perché quella morte sia diventata – soprattutto a partire dal IV secolo – il fulcro della loro fede e della loro speranza, al punto da poter affermare con Gregorio di Nissa che la croce è teologa, ossia “parla di Dio”. Una risposta corretta a questa domanda è di importanza capitale per la credibilità del cristianesimo, perché solo grazie ad essa la vita e la morte di Cristo possono realmente diventare un modello capace di orientare e trasformare in profondità il nostro modo di vivere e di morire, soprattutto nelle situazioni di dolore e di emarginazione. Enzo Bianchi, priore di Bose, ci aiuta a riflettere su questo tema escludendo innanzitutto le risposte sbagliate. Gesù non è stato ucciso per caso: la sua interpretazione della religione, il suo racconto di Dio erano talmente in contrasto con le idee del tempo, che lui stesso previde in più occasioni la sua fine. Gesù, inoltre, non è stato ucciso per una volontà di morte di Dio nei suoi riguardi: il Padre non voleva che morisse, e tanto meno ne pretese la morte – come purtroppo è stato insegnato per secoli – in espiazione dei peccati degli uomini. La risposta giusta è molto più semplice e al tempo stesso sconvolgente: Gesù è morto nella libertà, andando consapevolmente incontro al suo destino, e per amore, ossia per non venir meno alla sua missione, che era quella di annunciare la “buona notizia” di un Dio sempre pronto a perdonare, a guarire, a offrire ai suoi figli un’altra opportunità. «In un mondo ingiusto – osserva con efficacia Bianchi – il giusto è destinato a soccombere»: Gesù “doveva” morire perché, in questo mondo iniquo, le cose vanno così. E se si vuole proprio parlare della “volontà” di Dio, dobbiamo allora parlare di una volontà che chiese a Cristo di «vivere l’amore fino all’estremo, anche a costo della morte violenta». Anche noi, di fronte al male in tutte le sue forme (fisico, emotivo, morale, sociale) siamo chiamati a prendere posizione: metterci (illusoriamente) in salvo contraddicendo l’amore, o riaffermare l’amore a costo della morte, ove “morte” significa non solo eliminazione violenta, ma anche – e quanto più spesso – indifferenza, incomprensione, derisione, discriminazione, emarginazione, ostilità, assenza di reciprocità. Per chi non crede, sono in gioco la coerenza etica di fronte all’ingiustizia, la responsabilità dell’esempio, il bene degli altri, il non scendere a patti con la propria coscienza; per chi crede, i medesimi valori (i soli fondativi di una convivenza autenticamente umana, dunque anche cristiana) e, in più, quella speranza nella “vita eterna” che altro non sarà che il pieno compimento delle donne e degli uomini che saremo stati, e la ricomposizione, nell’amore, di ogni nostra ferita.

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