11 Mar2025
Pubblicato da Franco nella categoria Le Storie
Gesù era colpevole di due reati che la legge mosaica puniva con la pena di morte: essere un bestemmiatore perché si era proclamato figlio di Dio (Levitico 24,16), ed essere un falso profeta perché aveva promesso di distruggere e ricostruire il tempio in tre giorni (Deuteronomio 13,6).
Uno scandalo per gli uomini religiosi ebrei, assetati di segni e prodigi, e una follia per gli intellettuali greci, alla ricerca della sapienza e della felicità. Questo rappresenta, secondo l’apostolo Paolo, la morte violenta e maledetta di Cristo in croce. Eppure proprio su quella croce, dirà Giovanni nel suo vangelo, si manifesta pienamente la “gloria” del Figlio di Dio, ossia – secondo un semitismo normalmente non conservato nelle traduzioni moderne – la sua “verità” di narrazione vivente dell’autentico volto del Padre: un padre che non rinnega il suo amore e la sua fedeltà nemmeno di fronte al rifiuto dell’uomo. Eppure i primi cristiani hanno fatto fatica ad accettare questo paradosso, e ancora oggi i credenti si chiedono perché quella morte sia diventata – soprattutto a partire dal IV secolo – il fulcro della loro fede e della loro speranza, al punto da poter affermare con Gregorio di Nissa che la croce è teologa, ossia “parla di Dio”.
Una risposta corretta a questa domanda è di importanza capitale per la credibilità del cristianesimo, perché solo grazie ad essa la vita e la morte di Cristo possono realmente diventare un modello capace di orientare e trasformare in profondità il nostro modo di vivere e di morire, soprattutto nelle situazioni di dolore e di emarginazione.
Enzo Bianchi, priore di Bose, ci aiuta a riflettere su questo tema escludendo innanzitutto le risposte sbagliate. Gesù non è stato ucciso per caso: la sua interpretazione della religione, il suo racconto di Dio erano talmente in contrasto con le idee del tempo, che lui stesso previde in più occasioni la sua fine. Gesù, inoltre, non è stato ucciso per una volontà di morte di Dio nei suoi riguardi: il Padre non voleva che morisse, e tanto meno ne pretese la morte – come purtroppo è stato insegnato per secoli – in espiazione dei peccati degli uomini. La risposta giusta è molto più semplice e al tempo stesso sconvolgente: Gesù è morto nella libertà, andando consapevolmente incontro al suo destino, e per amore, ossia per non venir meno alla sua missione, che era quella di annunciare la “buona notizia” di un Dio sempre pronto a perdonare, a guarire, a offrire ai suoi figli un’altra opportunità. «In un mondo ingiusto – osserva con efficacia Bianchi – il giusto è destinato a soccombere»: Gesù “doveva” morire perché, in questo mondo iniquo, le cose vanno così. E se si vuole proprio parlare della “volontà” di Dio, dobbiamo allora parlare di una volontà che chiese a Cristo di «vivere l’amore fino all’estremo, anche a costo della morte violenta».
Anche noi, di fronte al male in tutte le sue forme (fisico, emotivo, morale, sociale) siamo chiamati a prendere posizione: metterci (illusoriamente) in salvo contraddicendo l’amore, o riaffermare l’amore a costo della morte, ove “morte” significa non solo eliminazione violenta, ma anche – e quanto più spesso – indifferenza, incomprensione, derisione, discriminazione, emarginazione, ostilità, assenza di reciprocità. Per chi non crede, sono in gioco la coerenza etica di fronte all’ingiustizia, la responsabilità dell’esempio, il bene degli altri, il non scendere a patti con la propria coscienza; per chi crede, i medesimi valori (i soli fondativi di una convivenza autenticamente umana, dunque anche cristiana) e, in più, quella speranza nella “vita eterna” che altro non sarà che il pieno compimento delle donne e degli uomini che saremo stati, e la ricomposizione, nell’amore, di ogni nostra ferita.