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26 Gen2021

INSEDIAMENTO NUOVO ARCIVESCOVO DELLA DIOCESI BARI-BITONTO

Pubblicato da Franco nella categoria Uncategorized

Mons. Giuseppe Satriano s’insedia come Arcivescovo della Diocesi di Bari Bitonto, riceve il pastorale da Mons. Cacucci e si presenta con “L’inedito di Dio”.

      OMELIA (At 22,3-16; Sal 116; Ef 4,1-7.11-13; Mc 16, 15-18)

Il nostro aiuto è nel nome del Signore

Egli ha fatto cielo e terra!

È con cuore trepidante, colmo di stupore, che desidero rivolgervi questo pensiero di riflessione, nella prima celebrazione eucaristica del ministero episcopale affidatomi dal Buon Pastore, attraverso Papa Francesco, per accompagnare e custodire la “nostra” amata Chiesa di Bari-Bitonto. Al Santo Padre va, in questo momento, il nostro affettuoso e orante ricordo per il suo servizio di pastore e guida della Chiesa universale.

Il giorno scelto, ricco di significati, è illuminato dalla testimonianza dell’Apostolo Paolo e dalla conclusione della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani.

Nel contesto sofferto della pandemia, siamo chiamati a vivere un giorno di grazia, gravido di attese. Esso si pone nel solco di un cammino significativo, segnato dal ministero pastorale di arcivescovi, grandi nel cuore e nella fede, ricchi di elevato spessore quali: il Cardinale Marcello Mimmi, pastore attento e vicino ai poveri; Mons. Enrico Nicodemo, vescovo di grande cultura e saggezza pastorale, che seppe infondere la grazia e la freschezza del Concilio in questa Chiesa; il Cardinale Anastasio Ballestrero, padre capace di ascolto, che nella sua breve permanenza, seppe accogliere e orientare a quell’esercizio della corresponsabilità, vissuto prezioso e imprescindibile per un autentico cammino ecclesiale; Mons. Mariano Magrassi, maestro di spiritualità e di liturgia, che si rivelò attento ai problemi sociali emergenti, divenendo guida sicura nel cammino della comunione; e per concludere il nostro amato Mons. Francesco Cacucci, sapiente tessitore di un cammino pastorale che nella mistagogia ha trovato la sua chiave interpretativa. Egli è stato protagonista di pagine indelebili nella storia di questa Chiesa e della città di Bari. Con la sua regia discreta si sono scritti passaggi significativi nel cammino del dialogo ecumenico, sino a giungere alle indimenticabili giornate dello scorso febbraio, tempo profumato di un futuro di luce, vera seminagione di speranza per le Chiese del Mediterraneo e non solo.

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07 Gen2021

INVITO ALLA GIOIA DI CHIARA LUBICH

Pubblicato da Franco nella categoria Uncategorized

 

“E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?”

CRISTO, IL “TUTTO” DELL’AMORE E DELLA GIOIA

Ringrazio di poter testimoniare, seppure con poche parole, chi sia Gesù per me, anche se lo farò con una certa difficoltà. Non viene spontaneo, infatti aprire il proprio cuore a chiunque, su una rivista. ma ho imparato che: «È bene tener nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rilevare e manifestare le opere di Dio» (Tb 12,7).

Mi sforzerò, quindi, di farlo per la gloria di Dio e in omaggio al terzo millennio cristiano che avanza e che stiamo preparando quest’anno proprio in compagnia di Gesù, come il Santo Padre ci ha invitato a fare. Gesù per me è, o desidero ardentemente che sia, “tutto”. “Tutto” perché per me non c’è altro fuori di Lui, in quanto tutto è in Lui. «Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23). Gesù per me è ancora “l’Amore”. È stato ed è la manifestazione, la personificazione, l’incarnazione di Dio che è Amore. L’ho scoperto poi tale perché, grazie al Cielo, in qualche modo m’ha rubato il cuore. Anni fa scrivevo queste parole che potrei ripetere oggi: «Ti voglio bene/non perché ho imparato a dirti così,/non perché il cuore mi suggerisce questa parola,/non tanto perché la fede mi fa credere che sei amore,/nemmeno soltanto perché sei morto per me. Ti voglio bene/perché sei entrato nella mia vita/più dell’aria nei miei polmoni,/più del sangue nelle mie vene./ Sei entrato dove nessuno poteva entrare/quando nessuno poteva aiutarmi/ogniqualvolta nessuno poteva consolarmi. Ogni giorno ti ho parlato./ Ogni ora ti ho guardato/e nel tuo volto ho letto la risposta,/nelle tue parole la spiegazione,/nel tuo amore la soluzione. Ti voglio bene/perché per tanti anni hai vissuto con me/ed io ho vissuto di Te./Ho bevuto alla tua legge/e non me n’ero accorta. Me ne sono nutrita, irrobustita,/mi sono ripresa,/ma ero ignara/come il bimbo che beve dalla mamma/e ancor non sa chiamarla/con quel dolce nome. Dammi d’esserti grata/ – almeno per un po’ – /nel tempo che mi rimane,/di questo amore che hai versato su di me,/e m’ha costretta a dirti:/ti voglio bene».

«Ho letto… nelle tue parole la spiegazione».

Sì, sono state le parole di Gesù a rivelare me a me stessa con tutto quanto mi concerne ed a rivelarmi Lui, a farmi penetrare nel suo mistero. Tutte le parole di Gesù mi hanno affascinato, le ho sentite mie. Ma due, in particolare, hanno segnato la mia strada e quella di quanti l’hanno seguita nel Movimento dei Focolari, che ne è poi nato: «Che tutti siano uno» e «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Radunateci un giorno in una cantina, per ripararci dai pericoli della guerra, avendo aperto il Vangelo a caso, ci siamo trovate di fronte la solenne preghiera di Gesù al Padre. «Padre Santo – abbiamo cominciato a leggere -, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,119, e abbiamo avuto l’impressione di penetrare quel brano difficile per la nostra preparazione. Ma soprattutto abbiamo avvertito la certezza che eravamo nate per quella pagina del Vangelo. La sentivamo la “magna charta” del nuovo Movimento. Eravamo, dunque, chiamate a realizzare il testamento di Gesù, l’unità. Ma come?

Già all’inizio di questa mia e nostra avventura, in una circostanza prevista – penso – da Dio, siamo venute a conoscenza che Gesù aveva sofferto il massimo dolore, un’angoscia infinita, quando in croce, sentendosi abbandonato dal Padre, aveva gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Siamo state profondamente toccate da questo fatto. E per la giovane età, nell’entusiasmo, ma soprattutto per una grazia di Dio, noi, prime focolarine, abbiamo deciso di seguirLo proprio così, nel suo abbandono in croce.

Da allora abbiamo scoperto nei vari dolori presenti nel mondo, ma soprattutto in quelli provocati dalle varie disunità, dalle separazioni, dai traumi, il volto di Lui Abbandonato. Dalla disunità intima della nostra anima con Dio, da quella dei prossimi con Dio, dei fratelli fra loro; a quelle che turbano le nostre comunità non sempre compatte, alle divisioni in seno alla Chiesa, alla cristianità tutta, al mondo religioso, al mondo intero. Il nostro impegno è stato quello di lavorare a risolvere tutte queste disunità… Per quanto riguarda la poca unità della nostra anima con Dio, con vari stati d’animo dolorosi, ci sforzavamo e ci sforziamo di andare in fondo al cuore per scoprire ed amare in essi il Crocifisso abbandonato. E il più delle volte nell’incontro con Lui il dolore passa e torna la gioia. Ed è, quella, la gioia dell’unità. Gioia che ho, che abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando abbondantemente anche nella ricomposizione di tante altre disunita. Per cui posso dire, possiamo dire, che Gesù per noi è oltre che “tutto”, oltre che “amore”, anche la “gioia”, la gioia della nostra vita. Gioia che, attraverso il Movimento, è seminata ora, a piene mani nel mondo. Oggi alcuni milioni di persone la conoscono, ma non hanno pace finché non sarà donata a tanti e tanti. Gli uomini hanno cercato sempre la felicità e la cercano tuttora, ma spesso nelle poche e povere gioie della vita, se non nel consumismo che li avviluppa, persino nella droga o nell’alcool che li distrugge, nell’edonismo che li sfigura, nella TV, nelle compagnie dubbie… E ciò perché, in genere, essi non sanno che esiste la vera felicità. Ed è quella di Gesù, quella che Egli ha promesso e per cui ha pregato: «Perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13), ha detto. Che Gesù diventi “il tutto”, “l’amore”, “la gioia” di tutti!

(Cenni biografici – Chiara Lubich è nota, in Italia e all’estero, soprattutto quale Fondatrice del Movimento dei Focolari. Profondamente inserita nella vita ecclesiale, nel cammino ecumenico e nel dialogo interreligioso, ha ottenuto vari riconoscimenti in campo nazionale e internazionale. Ha scritto numerosi libri tradotti in oltre venti lingue. La più ampia raccolta delle sue opere è quella degli Scritti Spirituali, in 4 vol.: L’attrattiva del tempo moderno; L’essenziale di oggi; Tutti uno; Dio è vicino. Tra le pubblicazioni più recenti: Parola che si fa vita; Cristo dispiegato nei secoli; Scrivere il Vangelo con la vita , con testimonianze da tutto il mondo.)

PREGHIERA DI INTERCESSIONE
Roma, 12 aprile 1984. Un invito alla vera gioia, quella che nasce dall’amore e che è segno distintivo dei cristiani.
La gioia dei primi cristiani (come del resto quella dei cristiani di tutti i secoli, là dove il cristianesimo è compreso nella sua essenza e vissuto nella sua radicalità), la gioia dei primi cristiani era una gioia nuova, mai conosciuta fino allora. Non aveva niente a che fare con l’ilarità, con il buonumore, con l’allegria. Né era semplicemente “la gioia esaltante dell’esistenza e della vita” – come direbbe Paolo VI – né “la gioia pacificante della natura e del silenzio”, né la gioia o “la soddisfazione del lavoro compiuto”, né solamente “la gioia trasparente della purezza” o quella “dell’amore casto”… tutte gioie belle. Ma quella dei primi cristiani era diversa: era una gioia simile a quell’ebbrezza che aveva invaso i discepoli alla discesa dello Spirito Santo. Era la gioia di Gesù.

Perché Gesù, come ha la sua pace, così ha la sua gioia. E la gioia dei primi cristiani, sgorgata spontanea dal fondo del loro essere, saziava completamente il loro animo. Essi avevano trovato veramente ciò di cui l’uomo di ieri, d’oggi, di sempre va in cerca: Dio che – come abbiamo visto – lo soddisfa pienamente. Avevano trovato la comunione con Dio, elemento essenziale alla loro piena realizzazione.

Erano uomini. L’amore, infatti, la carità, di cui Cristo attraverso il battesimo e gli altri sacramenti arricchisce il cuore dei cristiani, si può raffigurare a una pianticella. Più essa affonda le radici nel terreno della carità fraterna (più cioè gli uomini amano i propri fratelli), più il fusto svetta verso il cielo: più cresce nel cuore l’amore verso Dio, la comunione con Lui, non creduta solo per fede, ma sperimentata. E questa è felicità: si ama e ci si sente amati. Questa era la felicità dei primi cristiani adulti e giovani, che si sprigionava in liturgie festose, traboccanti di inni di lode e di ringraziamento.

Gioia, che cresceva nel cuore anche per il fatto che con l’amore e per l’amore avevano la luce. Essi “vedevano”, avevano una certa comprensione delle cose di Dio di per sé impenetrabili. I misteri, se erano accettati da loro per fede, non erano così oscuri come si può pensare. C’era in loro una qualche penetrazione di essi così saporosa, così luminosa d’aver impressione di comprenderli, di possederli. E ciò esaltava ancor più la loro gioia: s’aggiungeva, alla gioia dell’amore, quella della verità. Così, armati solamente di amore e di luce, e vestiti di gioia, s’erano diffusi in breve tempo nel mondo allora conosciuto: “Siamo di ieri – diceva Tertulliano – e abbiamo già invaso il mondo”.

Essi godevano persino delle persecuzioni e cantavano nel martirio. Avevano infatti compreso un paradosso del cristianesimo: la gioia, la soprannaturale gioia di Cristo, si trova proprio dove la gioia non c’è: nel dolore. Ma nel dolore amato.

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03 Gen2021

Storia del Tempo di Natale

Pubblicato da Franco nella categoria Chiesa, Uncategorized

STORIA DEL TEMPO DI NATALE

Diamo il nome di Tempo di Natale ai quaranta giorni che vanno dalla Natività di Nostro Signore (25 dicembre) alla Purificazione della Santa Vergine (2 febbraio). Questo periodo forma, nell’Anno Liturgico, un tutto speciale, come l’Avvento, la Quaresima, il Tempo Pasquale, ecc. Vi domina completamente la celebrazione d’uno stesso mistero, e né le feste dei Santi che si susseguono in questa stagione, né l’occorrenza abbastanza frequente della Settuagesima con i suoi colori tristi, sembrano distrarre la Chiesa dal gaudio immenso che le hanno evangelizzato gli Angeli (Lc 2,10) nella notte radiosa così a lungo attesa dal genere umano, e la cui commemorazione liturgica è stata preceduta dalle quattro settimane che formano l’Avvento.

L’usanza di celebrare con quaranta giorni di festa o di memoria speciale la solennità della Nascita del Salvatore è fondata sul santo Vangelo stesso, che ci riferisce come la purissima Maria, trascorsi quaranta giorni nella contemplazione del dolce frutto della sua gloriosa maternità, si recò al tempio per compiervi, nell’umiltà più perfetta, tutto ciò che la legge prescriveva a tutte le donne d’Israele quando fossero diventate madri.

La commemorazione della Purificazione di Maria è dunque indissolubilmente legata a quella della Nascita stessa del Salvatore; e l’usanza di celebrare questi santi e lieti quaranta giorni sembra risalire ad una remota antichità della Chiesa. Innanzitutto, per ciò che riguarda la Natività del Salvatore il 25 dicembre, san Giovanni Crisostomo, nella sua omelia su tale Festa, pensa che gli Occidentali l’avessero fin dall’origine celebrata in questo giorno. Si ferma anche a giustificare questa tradizione, facendo osservare che la Chiesa Romana aveva avuto tutti i modi di conoscere il vero giorno della nascita del Salvatore, poiché gli atti del censimento eseguito per ordine di Augusto in Giudea si conservavano negli archivi pubblici di Roma. Il santo Dottore propone un secondo argomento, ricavato dal Vangelo di san Luca, facendo notare che, secondo lo scrittore sacro, dovette essere nel digiuno del mese di settembre che il sacerdote Zaccaria ebbe nel tempio la visione in seguito alla quale la sposa Elisabetta concepì san Giovanni Battista: donde consegue che la santissima Vergine Maria avendo essa pure, secondo il racconto dello stesso san Luca, ricevuto la visita dell’Arcangelo Gabriele e concepito il Salvatore del mondo al sesto mese della gravidanza di Elisabetta, cioè in marzo, doveva partorirlo nel mese di dicembre [1].

Le Chiese d’Oriente, tuttavia, non cominciarono se non nel quarto secolo a celebrare la Natività di Nostro Signore nel mese di dicembre. Fino allora l’avevano celebrata ora il 6 gennaio, confondendola, sotto il nome generico di Epifania, con la Manifestazione del Salvatore ai Gentili nella persona dei Magi, ora – secondo la testimonianza di Clemente Alessandrino – il 25 del mese Pachon (15 maggio), o il 25 del mese Pharmuth (20 aprile). San Giovanni Crisostomo nell’omelia che abbiamo citata, e che egli pronunciò nel 386, attesta che l’usanza di celebrare con la Chiesa Romana la Nascita del Salvatore il 25 dicembre datava appena da dieci anni nella Chiesa d’Antiochia. Questo cambiamento sembra essere stato intimato dall’autorità della Sede Apostolica, alla quale venne ad aggiungersi, verso la fine del quarto secolo, un editto degli Imperatori Teodosio e Valentiniano, che decretava la distinzione delle due feste della Natività e dell’Epifania. La sola Chiesa scismatica d’Armenia ha conservato l’usanza di celebrare il 6 gennaio il duplice mistero; e ciò senza dubbio perché quella nazione era indipendente dall’autorità degli Imperatori, e fu molto presto sottratta dallo scisma e dall’eresia agli influssi della Chiesa Romana [2].

La festa della Purificazione della Santa Vergine, che chiude i quaranta giorni di Natale, è una delle quattro più antiche feste di Maria: avendo fondamento nel racconto stesso del Vangelo, è possibile che sia stata celebrata fin dai primi secoli del Cristianesimo. Ma per ciò che riguarda la Chiesa orientale, non vi troviamo definitivamente stabilita la festa del 2 febbraio se non sotto l’impero di Giustiniano, nel VI secolo [3].

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