Le ricerche storiche sui primi secoli della chiesa
Quali sono i riscontri archeologici e documentali su Gesù e la sua famiglia? Come e quando è stata fondata la Chiesa di Roma? E quale ruolo vi hanno svolto Pietro e Paolo? Le vicende delle prime comunità cristiane sono ricche di testimonianze spesso poco note al grande pubblico.
Lo studio della vita della Chiesa nei primi secoli ha coinvolto l’interesse di più storici. Specie in epoca moderna, e nei decenni successivi, si è cercato di approfondire una serie di aspetti con l’intento di raggiungere diverse finalità. Con riferimento alla Terra Santa si riportano qui di seguito alcuni esempi.
In ambito cattolico, il contributo offerto dai francescani della Custodia Terræ Sanctæ è stato (e continua a rimanere) significativo. Basti pensare alle ricerche effettuate a Betlemme, Nazareth, Gerusalemme (Getsemani, Dominus Flevit, Santo Sepolcro, Ascensione), Cafarnao, Ain Karem, El-Qubeibeh/Emmaus, Herodion, Kafr Kanna, Macheronte, Magdala, Nebo (Siyagha, Mukhayyet), Tabgha, Tabor…
A questo apporto si aggiunge quello di altri archeologi cattolici che hanno lavorato a Gerusalemme, Nazareth, fino ad arrivare ai lavori diretti a Hierapolis dal prof. Francesco D’Andria, e a Cesarea Marittima dal prof. Antonio Frova.
Esiste pure un debito di gratitudine verso personalità ebraiche che hanno offerto contributi con riferimento a passi del Talmud, e a scavi archeologici in siti importanti (piscina di Siloe o Siloam a Gerusalemme, Cana di Galilea, Herodion), e verso ricercatori palestinesi (sito archeologico di Khirbet El Tireh, a due chilometri da Ramallah, luogo di sepoltura del primo martire cristiano: Stefano).
Tutto questo non deve far dimenticare l’opera di ricerca svolta da molti altri esperti. L’inglese Kathleen Kenyon, ad esempio, condusse nel 1963 degli scavi nella zona del Muristan, a sud della basilica del Santo Sepolcro. Fu lei a dimostrare che la collinetta del Golgota era effettivamente all’esterno delle mura di Gerusalemme (confermando in tal modo Eb 13,12: “egli patì fuori dalle mura della città”). E nel 1991 due studiosi greci, George Lavas e Saki Mitropoulos ritrovarono nell’area del Golgota un anello all’interno del quale era inserita in epoca antica una croce per le condanne a morte.
Non sono comunque mancati, in più periodi, autori che hanno preferito inoltrarsi lungo confronti segnati da una certa vis polemica. Sul piano archeologico, si ricorda ad esempio la vicenda dell’ossario del I secolo d.C. Sul reperto venne individuata una scritta in aramaico: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”. La frase suggerì ad alcuni delle conclusioni riguardanti la composizione della Sacra Famiglia. In seguito, studi approfonditi hanno ridimensionato le tesi sostenute. Già in precedenza, comunque, la cronaca aveva registrato polemiche. Alcuni sostennero, ad esempio, che la narrazione dell’episodio evangelico di Emmaus conteneva un’indicazione sbagliata (“erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus”, Lc 24,13). Altri, ritennero erronea l’indicazione di Giovanni riguardante i cinque portici posizionati a Gerusalemme presso una piscina chiamata in ebraico Betzaetà (Gv 5,1-18). Anche in questi casi, l’archeologia ha fornito i riscontri necessari.
- Gesù di Nazareth è esistito?
Già nei primi secoli d.C. la figura di Gesù trovò delle forti opposizioni. Per gli ebrei più ortodossi, la sua persona era vista come quella di un impostore (‘falso messia’). Un giudizio appesantito dall’accusa di blasfemìa (‘Figlio di Dio’). Ciò spiega due conseguenze: o se ne parlava male (sono state ritrovati scritti rabbinici ostili) o si manteneva il silenzio più tombale. A questo gruppo di contemporanei, si aggiunse pure un nucleo di soggetti che contestò in modo animoso aspetti-chiave della ‘Buona Novella’, come la Passio Christi (si diceva: “un dio non può soffrire, non può essere inchiodato a una croce, non può morire”), e la Risurrezione (la tesi era: il corpo era scomparso perché trafugato di notte dai discepoli).In tempi successivi, e a noi più vicini, si è voluto contestare anche l’esistenza storica di Gesù. Si è quindi parlato di un mito. Di una favola. Altri autori hanno poi messo in discussione più dati evangelici. Ad esempio, è stato scritto che Gesù non poteva essere definito ‘nazareno’ perché nel I secolo Nazareth ‘non esisteva’.
Una serie di scavi condotti a Nazareth in più periodi, ha fatto riemergere ciò che rimane di un modesto villaggio agricolo. Gli archeologi sono riusciti a riportare alla luce resti di abitazioni, con forni, canali e cisterne per l’acqua, vasche per il bagno, silos e depositi per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, anelli per legare gli animali e pressoi per il vino e l’olio, insieme a molto materiale di uso comune, come vetri, pentole, bicchieri e vasi di ceramica che indicano il periodo in cui l’area era abitata, cioè tra il I e il II secolo. Nel 2009, l’archeologa israeliana Yardenna Alexandre (Israel Antiquities Authority) ha scoperto una casa risalente proprio al I secolo d.C. Vari biblisti (tra questi Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi e Romano Penna) e lo stesso Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) hanno poi dimostrato che i testi evangelici non sono stati scritti per trasmettere delle opere storiche, ma per comunicare un kèrigma (annuncio di Cristo incarnato, morto e risorto).
Esistono ancora, oltre a scritti cristiani, anche documenti che in modo diretto o indiretto, fanno riferimento alla storicità di Gesù. Si tratta di testi di Giuseppe Flavio, Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio, Luciano di Samosata, Marco Aurelio, Minucio Felice, Celso, e di un passo tratto dal Talmud babilonese.
Non è debole, poi, il fatto, che i più recenti studi sulle datazioni di importanti scritti cristiani (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere apostoliche) abbiano confermato una vicinanza temporale ai fatti collegati alla vicenda di Gesù di Nazareth. Ciò acquista rilevanza, considerando anche il fatto che nel 1835 il fondatore della Scuola di Tubinga, Chrétie Baur (1792-1860) sollevò ad esempio una criticità, sostenendo l’idea che le epistole di Paolo a Tito e a Timoteo costituivano dei falsi.
Aggiungasi, infine, che diverse indicazioni fornite dagli evangelisti hanno avuto riscontro da scavi archeologici. Si pensi, ad esempio, all’iscrizione che menziona Ponzio Pilato o al ritrovamento del sepolcro di Caifa. Unitamente a ciò, il ritrovamento a Nazareth della più antica attestazione epigrafica di culto mariano (grazie a padre Bellarmino Bagatti ofm), ha dimostrato l’esistere di una radicata devozione in epoca antica: XE MAPYA (KAIRE MARIA) = Ave Maria.
- La famiglia di Gesù
Nell’attuale periodo, la questione del ‘Cristo storico’ non sembra essere ricorrente. Riaffiora invece un interrogativo. Riguarda la ‘Famiglia di Gesù’. In pratica si dice: se le tre Persone presenti a Nazareth costituiscono una ‘sacra’ famiglia, come può un nucleo così speciale diventare esempio per le famiglie odierne (condizionate da limiti)? E si argomenta indicando alcuni dati: Cristo è vero Dio e vero Uomo; Maria riceve dei doni particolarissimi da Dio; e Giuseppe, padre ‘legale’, può contare – nell’ora della prova – sul sostegno di un angelo. Evidentemente, davanti a tale quesito si snoda un percorso teologico e un itinerario storico. La prima strada riconduce al Mistero dell’Incarnazione e all’Evento pasquale (Passione, Morte e Risurrezione del Figlio di Dio). La seconda via è collaterale ma non marginale. Conserva infatti un significato non debole. Sono proprio i dati storici a favorire una migliore comprensione di taluni temi-chiave: la ‘normalità’ di Nazareth, la ‘crescita’ di Cristo, i ‘vissuti’ di Giuseppe e di Maria.
- Il confronto tra storici
Anche sul piano storico non sono mancati comunque dei confronti tra studiosi. Mentre alcuni autori hanno cercato di dimostrare l’attendibilità dei dati evangelici altri si sono dimostrati più critici. In particolare, hanno manifestato riserve, perplessità, sul ‘silenzio’ degli evangelisti riguardo all’infanzia di Gesù. Per qualche scrittore non è accaduto niente di particolare. La tesi, però, non tiene conto di alcuni dati forniti da Matteo e da Luca, e anche di vicende motivate dal teso rapporto tra romani ed ebrei (la ribellione anti-romana di Sepphoris dopo la morte di Erode il Grande; e le rivolte legate al censimento del 6 d.C. organizzato da Sulpicio Quirinio e Coponio). Per altri ricercatori si sono invece verificati dei fatti sui quali si è voluto tacere. Questa tesi ha inteso avvolgere nel mistero i fatti dell’infanzia, pur esprimendo delle ipotesi. Non è mancato, poi, chi ha scelto di scrivere nuovi testi per raccontare fatti collegati alla crescita umana del Messia (utilizzando una certa ‘creatività’). Si colloca qui, ad esempio, il Vangelo dell’infanzia di Tommaso, chiamato anche Vangelo dello pseudo-Tommaso. È uno dei Vangeli apocrifi, scritto in greco e databile alla seconda metà del II secolo. Non va confuso con il Vangelo di Tommaso (chiamato anche ‘Quinto Vangelo’ o ‘Vangelo di Didimo Tommaso’), opera anch’essa apocrifa.
Infine, c’è anche chi (Nicolas Notovich) ha divulgato opere che trattano di una presenza itinerante di Gesù in terre lontane.
- Il vissuto quotidiano
Tra le diverse posizioni che si possono prendere in considerazione, si ritrovano tesi caratterizzate da un criterio maggiormente legato al concetto di divinità. Secondo l’affermazione-chiave il Figlio di Dio rimaneva una Persona ‘straordinaria’. Nella sua vita terrena, già possedeva tutto lo scibile umano. Non aveva necessità di imparare da maestri. La natura divina gli consentiva di controllare tutto. Di modificare ogni evento a suo favore. Tale linea, però, si scostava dalla ‘logica’ dell’Incarnazione (“Et Verbum caro factum est”; Gv 1,14). La vita della famiglia di Gesù fu infatti segnata da una continua partecipazione a quanto accadeva in quel tempo. Matteo (Mt 2,22), Luca (Lc 2,1) e Marco (Mc 6,3), ad esempio, ne fanno riferimento in modo discreto. E lo stesso Giovanni, nel prologo del suo Vangelo sottolinea: “e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). In tale contesto, si trova quindi una normalità che si traduce in situazioni molto concrete: nello stare con gli altri (es. pellegrinaggi in carovana), nel seguire i dettami della Legge (es. circoncisione; Lc 2,21), nel partecipare agli incontri in sinagoga (Lc 4,16), nel celebrare le feste ebraiche (es. Pasqua, dall’ebraico Pesach, passaggio), nell’affrontare i problemi di ogni giorno (inclusi quelli lavorativi). In tal senso, sembra debole la tesi di chi afferma che alla Sacra Famiglia fu riservata in terra una vita ‘beata’. Speciale. Completamente ‘diversa’ da quella di altri nuclei. Priva di preoccupazioni e di incognite.
- Yosef di Nazareth, téktón
Nella sua vita terrena, Giuseppe (Yosef) non fu immune da dubbi, incertezze, esitazioni, responsabilità, problemi contingenti. Dovette affrontare situazioni diverse. Ad esempio: superare l’ora del ripudio (gravidanza ‘inaspettata’ di Maria) dopo il fidanzamento, proteggere la sposa prossima al parto (per raggiungere Betlemme erano stati percorsi 130 chilometri), gestire una fuga da pericoli sovrastanti, condurre la famiglia in pellegrinaggio a Gerusalemme, portare avanti un impegno lavorativo che, considerate le modeste dimensioni di Nazareth, dovette estendersi ai luoghi del circondario (es. Sepphoris, distante sei chilometri, o Cafarnao). Dai Vangeli di Matteo e Marco è noto che Giuseppe esercitò il lavoro di téktón. I Padri latini della Chiesa tradussero questo termine con la parola ‘falegname’. Forse, si dimenticò che nella Palestina del I secolo il legno non era impiegato solo per fabbricare aratri e mobili. Lo si utilizzava, infatti, anche per costruire case. In tal senso, il padre legale di Gesù fu più esattamente un carpentiere. L’ultima prova dolorosa per Giuseppe riguardò l’ora della morte. Era stato per dei decenni il Redemptoris custos, eppure – chiudendo gli occhi su questa terra – non poté più svolgere una funzione di sostegno ai Suoi. D’altra parte, Simeone – “uomo giusto e timorato di Dio” – aveva predetto che solo l’anima di Maria sarebbe stata trafitta da una spada (Lc 2,25-35). Su Giuseppe fece silenzio.
- Myrhiàm di Nazareth
Anche Maria, nell’esodo terreno, fu chiamata ad affrontare molteplici vicende. Pur incinta, dimostra – nell’episodio della Visitazione (Lc 1,39-56) – di essere una donna risoluta. Si allontana (sola o con altre donne?) in modo rapido (“in fretta”) dalla propria abitazione. E raggiunge quella di una parente vicina al parto. Per lo storico, l’episodio è importante. Conferma l’esistenza di una forte solidarietà femminile che si collocava in una più estesa dinamica di clan. Quando qualcuno si trovava in difficoltà, era il proprio clan ad aiutarlo. Per l’assistenza alle gravidanze e ai parti ci si affidava al sostegno delle donne. Ciò implicava un impegno di prossimità non breve (Maria resterà con la parente non giorni ma mesi). Si sapeva, infatti, che potevano sorgere complicazioni. Ed era anche noto il fatto che ogni parto rimaneva un evento comunque a rischio (specie se la primipara non era giovane, come nel caso di Elisabetta). Alla parente che assisteva toccavano più compiti: aiutare a cucinare, lavare, attingere acqua, sostenere eventuali lavori agricoli, accudire animali… Da tale episodio si ricava un’ulteriore dato. Si nota in Maria l’abitudine a interagire con i suoi contemporanei. Iniziando dai più vicini (Nazareth). Altri fatti, poi, sono indicatori di situazioni che in tempo ravvicinato (fuga da Erode, pellegrinaggio a Gerusalemme) e in anni successivi (critiche di parenti al Figlio, sostegno a Gesù e ai suoi discepoli, Passione e Morte di Cristo) segneranno il vissuto di questa Donna. Inoltre, l’episodio dell’affidamento di Maria all’apostolo Giovanni (Gv 19,27) conferma l’inesistenza di altri figli o figlie della Madonna.
- Yeshua di Nazareth
Nel contesto delineato, pure la persona di Gesù (Yeshua) rimase inserita nelle realtà del tempo, nel rispetto di regole, usi, abitudini. Egli seguì un itinerario di crescita e di sottomissione. Gli evangelisti, su questo punto, fanno riferimento a uno sviluppo globale (Lc 2,52). Infatti, sarà proprio percorrendo più fasi temporali che Gesù condivise la condizione umana con le sue luci, le ombre, le ambiguità, le contraddizioni, i conflitti, le gioie, i dolori. È una crescita che si fa osservazione, comprensione dei vissuti, lettura di fatti quotidiani, interazione con i coetanei e con il mondo degli adulti, esperienza di lavoro. Quando arriverà l’ora della missione tra la gente, Cristo, nei comportamenti quotidiani e nell’insegnamento a singoli e a gruppi, indicherà aspetti esistenziali individuati già negli anni vissuti a Nazareth. Il desiderio di avere bambini accanto a sé (Mt 19,13-15) rifletterà, ad esempio, i giochi fatti in anni precedenti nel modesto villaggio della Galilea. E la stessa attenzione alle vedove (Lc 7,11-17), agli infermi (Mt 4,23-25), o l’abitudine a entrare nelle case (Lc 19,5), sarà un qualcosa che già a Nazareth aveva trovato una sua fase iniziale. Se quindi la crescita del Figlio di Dio non fu ridotta solo a un fatto fisico, anche la sua sottomissione ai genitori non è da leggere in chiave di mera ubbidienza (Lc 2,51). L’essere sottomesso rimanda infatti a un’interazione ‘con’, e a un’acquisizione di input formativi. Gesù, in pratica, non viene meno ai doveri di ogni ebreo. Esiste di conseguenza un itinerario religioso segnato da tre poli: il nucleo familiare (recita di preghiere, benedizioni in famiglia recitate da Giuseppe, consumazione di cibi regolata da norme cultuali); la sinagoga (dimensione più estesamente comunitaria; ambiente educativo; luogo di celebrazione della vita in Dio); il Tempio di Gerusalemme (la Casa del Padre; Gesù ascolta e pone domande ai maestri del tempo, seduto per terra, in cerchio, come da prassi ebraica).
- La ricostruzione del volto di Gesù
Nel contesto delineato, gli storici sono ormai concordi su due punti. Il primo riguarda un dato non marginale: quella della Sacra Famiglia non fu una ‘vita nascosta’. E il secondo evidenzia un altro aspetto: non ci sono dati per stabilire il livello economico del nucleo. Lo stesso concetto di ‘povertà’ deve essere usato con prudenza. Si deve, infatti, tener conto di un modo di vivere (villaggio rurale, Palestina, I secolo) diverso da quello legato a tempi successivi. Probabilmente bastavano delle risorse modeste. Appare quindi debole l’accentuazione di due estremi: a) l’insistere su una famiglia in difficoltà economica, b) e l’accentuare un alto ruolo sociale legato alle famiglie di provenienza, e all’impresa lavorativa di Giuseppe. Unitamente a ciò, chi scrive ha rivolto attenzione anche a un fatto recente che ha riguardato il volto di Gesù adolescente. Si è voluto, infatti, superare una tendenza che ha attraversato i secoli: quella di rappresentare l’immagine del fanciullo applicando a quest’ultima i canoni artistici dei diversi periodi e le indicazioni dettate – di volta in volta – dalle autorità ecclesiastiche del tempo. Nelle raffigurazioni in questione i criteri erano soprattutto dogmatici (centralità di Cristo), inseriti in un contesto di gloria, di vittoria, di insegnamento, di obbedienza al Padre, di Grazia. Emergeva in tal modo una pedagogia che, coinvolgendo anche il mondo emotivo del fedele, lo sospingeva a una prima riflessione, e poi a una più prolungata meditazione. Qualcuno (ad esempio san Francesco, a Greccio, 1223) cercherà poi di ricondurre l’attenzione dei suoi contemporanei anche all’essenzialità dell’Incarnazione. In tempi a noi più vicini, collegati agli studi sul Volto della Sindone conservata nel duomo di Torino, si è voluto muovere qualche passo per tentare un esperimento: cercare di ‘ricostruire’ in qualche modo il volto di Gesù adolescente partendo dall’immagine dell’Uomo della Sindone. Sul piano tecnico si è mossa la Polizia di Stato (2015) che, attraverso uno specifico programma informatico, e valorizzando l’esperienza dei suoi operatori, ha sviluppato un processo identificativo secondo una retrodatazione temporale. L’operazione non è stata comunque un fatto automatico, meccanico. È servita anche la preparazione scientifica dei tecnici per fissare dei parametri e per cancellare dal Volto i segni delle percosse. L’esito delle ricerche, di tipo sperimentale, è stato poi divulgato. La pubblicazione del ‘volto’ ricostruito dalla Polizia di Stato ha destato interesse. Sono emerse pure delle osservazioni. Una di queste ha riguardato il colore dei capelli. In realtà, non è possibile arrivare a delle certezze assolute perché il telo della Sindone è di colore ocra. Pur tuttavia, si ricorda che nella Palestina c’erano persone con capelli neri o anche fulvi (es. I Sam 16,12; rif. il giovane Davide).
- La fondazione della Chiesa di Roma
Il dibattito tra gli studiosi, comunque, non ha riguardato solo la questione del ‘Gesù storico’ e il vissuto della sacra Famiglia a Nazareth. Dall’attenzione rivolta alla Palestina del I secolo, si è passati a focalizzare anche un percorso missionario che ha condotto i primi cristiani a raggiungere la capitale dell’impero: Roma. Su tale argomento, specie in periodi segnati da scismi interni alla Chiesa cattolica, si è voluto – da talune parti – scolorare determinati punti-chiave. Si è cominciato dalla fondazione della Chiesa di Roma, smentendo una sua centralità. È stato poi messo in discussione il ruolo di Pietro, non riconoscendolo capo della Chiesa. Anche sulla figura di Paolo non sono mancati rilievi. Il racconto che vuole Paolo di Tarso più volte imprigionato dai romani non è giudicato da taluni attendibile. Si discute su un quarto viaggio missionario. Vengono evidenziati i dati spuri di più testi apocrifi (Atti di Paolo, Atti di Paolo e Tecla, Lettera agli Alessandrini…). Alla fine, si è arrivati a negare il primato petrino e la successione apostolica. In tale dinamica hanno influito più fattori. Risulta evidente anche una logica ‘politica’ mirata a ‘tagliare’ il legame con Roma per affermare un principio di indipendenza, di ruolo primario. Per arrivare a questo obiettivo sono stati utilizzati pure argomenti storici. Il contesto delineato non ha favorito la ricerca sugli inizi della Chiesa. Nelle ore meno serene, in presenza di affermazioni segnate da tensione, si è preferito rispondere soprattutto in termini di autorità, di disciplina. Malgrado ciò, il trascorrere del tempo, pur in situazioni caratterizzate dalla presenza di antiche religioni, dal sorgere di nuove confessioni e dall’istituzione di Chiese nazionali, non ha fermato un lavoro di conservazione delle memorie, la venerazione dei martiri, e l’edificazione di luoghi di culto. In seguito, con il mutamento di più situazioni, gli studi storici hanno ricevuto un particolare sostegno, fino ad arrivare al recente periodo. Attualmente è estremamente elevato il numero di pubblicazioni riguardanti la presenza cristiana nell’Urbe e il ruolo del Papa.
- I fondatori della Chiesa di Roma
Con riferimento ai confronti storici già ricordati, una prima questione-chiave ha riguardato la fondazione della Chiesa di Roma. Al riguardo, un dato rimane acquisito. Fu un gruppo di cristiani anonimi ad arrivare nell’Urbe, e a costituire il primo nucleo di seguaci di Gesù di Nazareth. Questo fatto, specie in epoca moderna, è stato utilizzato per sostenere la tesi che gli apostoli Pietro e Paolo non possono essere definiti ‘fondatori’ della Chiesa di Roma. Se non sono fondatori, si argomenta, la comunità cristiana che venne costituita e che si sviluppò nel tempo, deve essere considerata solo una delle tante Chiese locali. Senza particolari titoli privilegiati. Tale conclusione mantiene, però, un punto debole. I primi arrivati vissero e comunicarono certamente la ‘buona novella’, ma rimasero comunque una presenza segnata ancora da un’interazione con il giudaismo. Fu l’arrivo di Pietro e di Paolo a costituire ‘la novità’ per più motivi: – Pietro non era un semplice seguace della nuova religione, ma costituiva il testimone per eccellenza;[44] – Cristo stesso aveva conferito a Pietro il mandato di ‘pascere’, cioè di guidare il gregge di Dio (la Chiesa nascente); Gv 21,15-19; – nella capitale Pietro aveva versato il proprio sangue per Cristo (crocifissione; probabilmente all’inizio della persecuzione anti-cristiana di Nerone, anno 64 d.C.); – Paolo era divenuto ‘apostolo per vocazione’ (Rm 1,1) dopo l’evento avvenuto lungo la via che conduceva a Damasco (At 9,1-9); – Paolo non aveva solo sostenuto lo sviluppo della Chiesa nascente ma era divenuto ‘l’apostolo dei gentili’ (At 9,15); – Paolo già aveva interagito con i cristiani di Roma attraverso l’invio di una Lettera, scritta a Corinto tra il 55e il 58; – nell’Urbe Paolo aveva insegnato (At 28,30); – a Roma Paolo aveva versato il proprio sangue per Cristo, essendo stato decapitato presso le Aquæ Salviæ, poco a sud di Roma, probabilmente nell’anno 67 d.C. Nel contesto delineato, pare riduttivo parlare di una semplice ‘visita’ di Pietro e Paolo a Roma. Al contrario, sembra più esatto evidenziare un impegno di testimonianza arrivato al culmine. Raggiungere l’Urbe significava per gli apostoli il completamento di una missione. Gesù aveva infatti invitato i propri discepoli ad andare in tutto il mondo, e a predicare il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15).


