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11 Dic2020

IL PAPA INDICE L’ANNO DI SAN GIUSEPPE

Pubblicato da Franco nella categoria Chiesa, Papa

Lo scrive il Papa, nella Lettera Apostolica Patris Corde. Nella ricorrenza dei 150 anni della proclamazione a patrono della Chiesa. Fino all’8 dicembre 2021 sarà concessa l’indulgenza plenaria ai fedeli che pregano il Santo, sposo di Maria.

“Tutti – sottolinea Francesco – possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in seconda linea hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.

Il Papa traccia un vero e proprio identikit di San Giuseppe.

Padre amato. “La grandezza di San Giuseppe – osserva il Papa – consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, si pose al servizio dell’intero disegno salvifico. Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano”.

Padre nella tenerezza. “Gesù – scrive ancora Francesco – ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe. Dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza. Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore. Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza”.

Padre nell’obbedienza. “In ogni circostanza della sua vita – dice il Papa – Giuseppe seppe pronunciare il suo fiat, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani. Giuseppe, nel suo ruolo di capo famiglia, insegnò a Gesù ad essere sottomesso ai genitori secondo il comandamento di Dio. Nel nascondimento di Nazareth, alla scuola di Giuseppe, Gesù imparò a fare la volontà del Padre”.

Padre nell’accoglienza. “Giuseppe – ricorda il Pontefice – accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida delle parole dell’Angelo. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni. La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più grande, un significato più profondo”.

Padre dal coraggio creativo. “Sono a volte proprio le difficoltà – sostiene Papa Francesco – che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero miracolo con cui Dio salva il Bambino e sua madre. Il Cielo interviene fidandosi del coraggio creativo di quest’uomo. La santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle sventure e dalla fame. In questo senso, credo che San Giuseppe sia davvero uno speciale patrono per tutti coloro che devono lasciare la loro terra a causa delle guerre, dell’odio, della persecuzione e della miseria. Alla fine di ogni vicenda che vede Giuseppe come protagonista, il Vangelo annota che egli si alza, prende con sé il Bambino e sua madre, e fa ciò che Dio gli ha ordinato”.

Padre lavoratore. “San Giuseppe – prosegue il Papa – era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro. In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono”.

Padre nell’ombra. San Giuseppe “nei confronti di Gesù è l’ombra sulla terra del Padre Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui per seguire i suoi passi. Essere padri – spiega Papa Francesco – significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di castissimo. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici”.

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04 Dic2020

I MODI PER ONORARE L’IMMACOLATA CONCEZIONE SONO OTTO

Pubblicato da Franco nella categoria Chiesa

Cosa significa il mese di dicembre per i cattolici, e come onorarlo nella nostra vita.

Dicembre è il mese dedicato all’Immacolata Concezione, ed è un momento ideale per rafforzare il nostro legame con la Madonna. La Chiesa ha parlato dell’Immacolata Concezione per molto tempo, ma nel 1854 Papa Pio IX l’ha proclamata infallibilmente come dottrina, dichiarando che la Beata Vergine Maria, “nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia, Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale”.

Questo insegnamento si riferisce al concepimento di Maria nel grembo di Sant’Anna, sua madre. La redenzione è stata applicata alla nostra Beata Madre fin dal concepimento, per i meriti di Gesù Cristo, suo Figlio – una realtà che suscita davvero reverenza. Preservata dal peccato, Maria è stata definita “il vanto solitario della nostra natura contaminata”, per usare le parole del poeta William Wordsworth. Maria è rimasta esente dal peccato per tutta la vita. Onorare la sua purezza è un forte antidoto al male che incontriamo fin troppo spesso in questo mondo segnato dal peccato.

Ecco otto modi per onorare l’Immacolata Concezione in questo mese di dicembre:

1) INVOCATE L’INTERCESSIONE DEI SANTI GIOACCHINO E ANNA, GENITORI DELLA NOSTRA BEATA MADRE                             

Ammirate lo splendido Incontro alla Porta Aurea di Giotto, del 1304-1306, che mostra i santi genitori della Madonna unirsi in un bacio santo dopo aver scoperto che Sant’Anna è incinta di Maria. I loro volti, che si uniscono in quel bacio per formare un unico volto d’amore, sono pieni di emozione. Recitate poi una preghiera ai nonni di Gesù o questa novena.

 
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26 Nov2020

PAPA FRANCESCO RACCONTA I “TRE COVID” DELLA SUA VITA

Pubblicato da Franco nella categoria Uncategorized

     

“Ritorniamo a sognare” è l’ultimo libro del Papa che uscirà il 1 dicembre. “La Repubblica” e “La Stampa” ne pubblicano oggi un estratto. Francesco racconta la sua vita e con la sua testimonianza dona speranza e conforto alle persone che stanno soffrendo. Un messaggio forte per tutta l’umanità. Il libro, il cui testo è stato raccolto dal giornalista e scrittore Austen Ivereigh, sarà pubblicato in contemporanea da Simon & Schuster in lingua inglese, Piemme in Italia, Intrinseca in Brasile, Flammarion in Francia, Plaza y Janés in lingua spagnola, Kösel in Germania. Nel momento più cupo della pandemia, nel marzo 2020, papa Bergoglio ha infranto per primo il silenzio angoscioso delle città deserte raccogliendo le domande inespresse della gente impaurita. Ha capito che le risposte di scienziati, politici ed esperti sulle cause e i rimedi di quella prova inattesa e durissima non potevano bastare e ha invitato tutti, fedeli e non credenti, a guardare più lontano, ad aprire strade verso il futuro.

La necessità di costruire un mondo migliore

Le sue riflessioni, approfondite nel lungo periodo di isolamento, sono raccolte in questo libro in cui, con parole dirette e potenti, ci invita a non lasciare che questa prova risulti inutile. Dopo una critica tagliente dei sistemi e delle ideologie che hanno contribuito a produrre la situazione attuale – dall’economia globalizzata, ossessionata dal profitto, all’egoismo e all’indifferenza per il prossimo e l’ambiente -, il Papa offre un piano al tempo stesso visionario e concreto per costruire un mondo migliore per tutti, un progetto che parte dalle periferie e dai poveri per cambiare la vita sul pianeta.

“Nella mia vita ho avuto tre situazioni “Covid”: la malattia, la Germania e Córdoba”.”Quando a 21 anni ho contratto una grave malattia, ho avuto la mia prima esperienza del limite, del dolore e della solitudine – scrive il Papa – per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto. Nemmeno i medici sapevano se ce l’avrei fatta. Era il 13 agosto 1957. Per prima cosa mi estrassero un litro e mezzo di acqua da un polmone, poi restai a lottare tra la vita e la morte. A novembre mi operarono per togliermi il lobo superiore destro del polmone. So per esperienza come si sentono i malati di coronavirus che combattono per respirare attaccati a un ventilatore”.

Evitare la “consolazione a buon mercato”

Bergoglio ricorda in particolare l’episodio di due infermiere che “mi hanno insegnato che cosa significa usare la scienza e saper andare anche oltre per rispondere alle necessità specifiche”. “Da quella esperienza ho imparato un’altra cosa: quanto sia importante evitare la consolazione a buon mercato. Le persone mi venivano a trovare e mi dicevano che sarei stato bene, che non avrei mai più provato tutto quel dolore: sciocchezze, parole vuote dette con buone intenzioni, ma che non mi sono mai arrivate al cuore”. A differenza di un’insegnante che “venne a vedermi, mi prese per mano, mi diede un bacio e se ne stette zitta per un bel po’. Poi mi disse: “Stai imitando Gesù”. Non c’era bisogno che aggiungesse altro. La sua presenza, il suo silenzio, mi donarono una profonda consolazione”.

Il “Covid dell’esilio”

Bergoglio parla poi di ciò che chiama “il Covid dell’esilio”, “il periodo tedesco, nel 1986. Ci andai per studiare la lingua e a cercare il materiale per concludere la mia tesi, ma mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. Ricordo il giorno in cui l’Argentina vinse i Mondiali. Non avevo voluto vedere la partita e seppi che avevamo vinto solo l’indomani, leggendolo sul giornale. Era la solitudine di una vittoria da solo, perché non c’era nessuno a condividerla; la solitudine di non appartenere, che ti fa estraneo. Ti tolgono da dove sei e ti mettono in un posto che non conosci e in quel mentre impari che cosa conta davvero nel luogo che hai lasciato”.

Gli anni dal 1990 al 1992, Córdoba

Bergoglio afferma poi che “a volte lo sradicamento può essere una guarigione o una trasformazione radicale. Così è stato il mio terzo “Covid”, quando mi mandarono a Córdoba dal 1990 al 1992. In quella residenza gesuita trascorsi un anno, dieci mesi e tredici giorni. Celebravo la Messa, confessavo e offrivo direzione spirituale, ma non uscivo mai. Fu una specie di quarantena, di isolamento, come nei mesi scorsi è successo a tanti di noi, e mi fece bene. Uno sradicamento di quel tipo, con cui ti spediscono in un angolo sperduto e ti mettono a fare il supplente, sconvolge tutto. Le tue abitudini, i riflessi comportamentali, le linee di riferimento anchilosate nel tempo, tutto questo è andato all’aria e devi imparare a vivere da capo, a rimettere insieme l’esistenza”.

La forza della preghiera per il Papa

“Di quel periodo, oggi, mi colpiscono in particolare tre cose – prosegue il papa – prima, la capacità di pregare che mi è stata donata. Seconda, le tentazioni che ho provato. E terza che allora mi sia capitato di leggere i trentasette tomi della Storia dei Papi di Ludwig Pastor. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto! Questi sono stati i miei principali “Covid” personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore“.

Recuperare la consapevolezza di essere uomini

“Per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo recuperare la consapevolezza che come popolo abbiamo un destino comune. La pandemia ci ricorda che nessuno può salvarsi da solo”. “Dobbiamo ridisegnare l’economia in modo da offrire a tutte le persone una vita dignitosa e al tempo stesso proteggere e rigenerare la natura”. “Oggi il Signore ci chiede una cultura del servizio, non una cultura dello scarto. Ma non potremo servire gli altri se non lasceremo che la loro realtà ci riguardi. Per riuscirci, dobbiamo aprire gli occhi e lasciarci toccare dalla sofferenza che c’è attorno a noi”. Sono passi del libro “Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore” di papa Francesco (titolo originale Let Us Dream), in uscita con un lancio internazionale il 1/o dicembre 2020. In questa prima risposta alla pandemia da parte di un leader spirituale, papa Francesco spiega perché dobbiamo – e come possiamo – rendere il mondo un luogo più sicuro, più giusto e più sano per tutti”.

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