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23 Nov2023

AVVENTO – NATALE 2023

Pubblicato da Franco nella categoria Avvento

«Non c’è violenza presso Dio» (A Diogneto VIII, 3). Sorprende scoprire quanto la tradizione cristiana abbia tenuto in alta considerazione il tema della pace. L’annuncio di un Dio buono, amabile e non violento, contrario a riscattare ciò che gli appartiene con la forza, incline a cambiare egli stesso piuttosto che usare la violenza, è stata una delle novità introdotte dal Cristianesimo nella storia. Lo si legge chiaramente nel passaggio dell’omelia tenuta nel 2005 da Benedetto XVI nella parrocchia romana Santa Maria Consolatrice: «Soprattutto il mondo greco ha avvertito questa novità, ha avvertito profondamente questa gioia, perché per loro non era chiaro se esistesse un Dio buono o un Dio cattivo o semplicemente nessun Dio». Noi cristiani abbiamo l’obbligo morale di riaffermare la novità del Vangelo, in un tempo della storia in cui si è tornati a diffondere l’ideologia della “guerra santa” e della “guerra giusta”. Il vero messaggio del Vangelo è di amore e di pace. Alla nascita di Cristo gli angeli hanno annunciato la pace (Lc 2, 14). Nell’Eucaristia da sempre la Chiesa prega il Padre affinché «il sacrificio della nostra riconciliazione doni pace e salvezza al mondo intero». La liturgia conosce il bacio della pace fin dai tempi di Giustino (1 Apol. 65, 2) e la pace ricorre nei saluti liturgici.

«Non c’è violenza presso Dio» non si esauriva in uno slogan per la Chiesa delle origini; nella predicazione patristica diventava addirittura un programma etico. La citazione della Lettera a Diogneto, fatta all’inizio, infatti, va completata con le conseguenti indicazioni etiche che troviamo più avanti nello stesso documento: «Quando avrai incominciato ad amarlo (il prossimo) sarai imitatore della sua bontà» (A Diogneto X, 3). Solo l’imitazione di un Dio non violento fa la felicità di quanti si sono convertiti a Cristo: «la felicità non sta nell’opprimere il proprio prossimo, nel voler prevalere sui più deboli, […] anzi tali azioni sono estranee alla sua maestà. Piuttosto, chiunque prende su di sé il peso del prossimo […] questi è imitatore di Dio» (A Diogneto X, 4). Prima di Costantino, tra gli appellativi più in uso per il cristiano, c’erano quelli di “figlio della pace” o di “fratello” a cui non era assolutamente lecito impugnare le armi. E la fraternità cristiana, pur conservando identità propria, si ampliava al mondo intero: «non dire – ammoniva Giovanni Crisostomo – “mi è impossibile interessarmi agli altri”. Se sei cristiano, impossibile sarà non interessartene […] sta nella natura del cristiano!» (Omelie sugli Atti degli Apostoli 20,4).

È di estrema urgenza anche per il cristiano, oggi, l’annuncio di Cristo «nostra pace» (Ef 2, 14). Anche San Paolo si muoveva in un mondo divisivo come il nostro, divisioni spesso fomentate da pregiudizi religiosi sostenuti da un feroce legalismo. A volte c’è mancanza di delicatezza anche nel “porgere” il vangelo! In alcuni casi è proprio lo stile pastorale che deve cambiare, quando mostra un’indisponibilità all’ascolto dell’altro e al confronto con le profonde trasformazioni culturali ed esistenziali. Soltanto la Chiesa che supera le distinzioni di razza, classe e sesso, sarà segno di pace tra i popoli (Gal 3, 28). Si tratta di imboccare quella direzione indicata da Benedetto XVI e condivisa da Francesco: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore» (Omelia della Messa di inaugurazione della V Conferenza generale dell’episcopato Latino americano e dei Caraibi, 13 maggio 2007).

Per questo Natale abbiamo trasformato le parole della Lettera a Diogneto in una preghiera corale per la pace da ripetersi ogni giorno all’inizio della novena. Suggeriamo come SEGNO da porre nelle comunità per questo tempo di Avvento/Natale, un PRESEPE SCOMODO. Non possiamo celebrare il Natale del Signore come se nulla stia accadendo nel mondo. Il rito dei regali e dell’abbuffarsi a tavola risulterebbe più stonato che mai. Affidiamo quindi alla creatività delle comunità parrocchiali, il compito di inserire nel presepe comunitario elementi che rimandino al dramma delle guerre e delle ingiustizie nel mondo. Rendiamo anche le nostre comunità più consapevoli dell’impegno attivo per la pace: nella mangiatoia, oppure in una cesta o un’anfora (ciascuna comunità si senta libera di fare come più ritiene opportuno) si raccolgano biglietti con invocazioni alla pace, preghiere, brevi riflessioni da pescare e leggere durante la novena del Natale, dove nello schema c’è la rubrica INTER-CEDERE (“stare nel mezzo”), memori che la nostra preghiera deve avere il respiro del mondo: «Ti raccomando prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere… per tutti gli uomini» (Tm 2,1). Una preghiera dentro la storia, la vita prima di tutto! Spesso leggiamo preghiere dal “foglietto” scritte mesi, anni prima.  I testi delle meditazioni che vengono proposte all’interno della novena sono “vive”, attuali. I giovani delle parrocchie hanno dialogato idealmente con alcune figure bibliche dell’Avvento, con uno sguardo attento al presente. Era un po’ lo stile del Cardinale Martini che ritroviamo in tanti suoi preziosi testi. Una lettura spirituale, di fede della Scrittura.

don Francesco MANCINI

   
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21 Nov2022

AVVENTO – NATALE 2022

Pubblicato da Franco nella categoria Avvento, Chiesa

     Dicembre è il mese dell’avvento, ma cos’è l’avvento? Anche se nella lingua latina la parola “avvento” significa “venuta”, il significato più comune indica l’attesa, ossia il tempo liturgico che è posto prima del Natale.

     La Chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: “Marana thà! Vieni Signore!”. San Basilio alla domanda: “Chi è il cristiano?”, rispondeva: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”. Il Signore Gesù è venuto nella storia con l’incarnazione e la nascita a Betlemme, viene ogni giorno e verrà nella gloria alla fine dei tempi. Se riuscissimo ad avere più presente questa realtà, saremmo meno affaticati dal quotidiano, meno prigionieri dell’effimero e più disposti a camminare con cuore misericordioso sulle vie della salvezza.

     Purtroppo si continua a fare dell’avvento la “preparazione” al Natale. Come se avessimo bisogno di un tempo per disporci a commemorare la venuta storica di Gesù nella carne. Ora, se siamo cristiani, crediamo non solo che Dio si à fatto uomo in Gesù ma anche che è risorto e verrà nella gloria. La venuta nella carne di Gesù è la garanzia della sua venuta futura nella gloria.

     Il tempo dell’avvento, allora è il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa, della venuta del Signore con due precisi atteggiamenti: l’impegno e la perseveranza.  Già nel IV secolo Basilio di Cesarea diceva che proprio del cristiano è “vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene”. Attendere non è un atteggiamento passivo né un’evasione ma un movimento attivo.

     Attendere, ha scritto Enzo Bianchi: “È la capacità non solo di reggere il tempo, di perseverare ma anche di sostenere gli altri”, di “sopportare”, cioè di assumerli con i loro limiti e di portarli. L’attesa apre gli uomini e le donne all’incontro e alla relazione, chiama alla gratuità e alla possibilità di ricominciare sempre. L’attesa non è segno di debolezza, ma di forza, stabilità, convinzione. È responsabilità. Animata dall’amore, l’attesa diviene desiderio, desiderio colmo di amore, di incontrare il Signore. Ti invita alla condivisione e alla comunione, ti spinge a dilatare il cuore alle dimensioni della creazione intera che aspira alla trasfigurazione e attende cieli nuovi e terra nuova”. Per tutti questi motivi, il tempo di avvento è sì un tempo di preparazione al Natale ma è molto di più, è attesa del Signore che viene nella gloria.

     L’attesa non autorizza nessuno ad abbandonarsi al disimpegno; al contrario, proprio perché il Signore viene e la nostra vita ha senso nel tendere a lui, l’impegno serio, maturo e generoso nel nostro quotidiano diventa la strada che abbiamo da percorrere con la perseveranza.

     La tentazione può essere quella di tradire, di cedere, di annacquare la propria fede per non compromettersi troppo, talvolta per debolezza o paura, talvolta anche per comodità calcolata e superficiale. Impegno e perseveranza risultano così profondamente connessi e ci rivelano il senso dell’Avvento non solo come cammino verso il Natale, ma più ancora come stile di vita. Camminiamo con gioia e con speranza perché il Signore viene, andiamogli incontro.

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