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07 Set2021

FRATELLI TUTTI DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Pubblicato da Franco nella categoria Papa Francesco, Uncategorized

Lettera Enciclica“Fratelli tutti”del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale

(II^ parte)

Le ombre di un mondo chiuso

Senza la pretesa di compiere un’analisi esaustiva né di prendere in considerazione tutti gli aspetti della realtà che viviamo, propongo soltanto di porre attenzione ad alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale.

Sogni che vanno in frantumi

Per decenni è sembrato che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti e si dirigesse lentamente verso varie forme di integrazione. Per esempio, si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita. Ricordiamo «la ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente». Ugualmente ha preso forza l’aspirazione ad un’integrazione latinoamericana e si è incominciato a fare alcuni passi. In altri Paesi e regioni vi sono stati tentativi di pacificazione e avvicinamenti che hanno portato frutti e altri che apparivano promettenti.

Ma la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali. E questo ci ricorda che «ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. È il cammino. Il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno. Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi, e goderlo come se tale situazione ci facesse ignorare che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti».

“Aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”.

La fine della coscienza storica

Per questo stesso motivo si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti. In questo contesto si poneva un consiglio che ho dato ai giovani: «Se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti».

Sono le nuove forme di colonizzazione culturale. Non dimentichiamo che «i popoli che alienano la propria tradizione e, per mania imitativa, violenza impositiva, imperdonabile negligenza o apatia, tollerano che si strappi loro l’anima, perdono, insieme con la fisionomia spirituale, anche la consistenza morale e, alla fine, l’indipendenza ideologica, economica e politica». Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole. Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.

Senza un progetto per tutti

Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare, e a tale scopo si ricorre alla strategia di ridicolizzarli, di insinuare sospetti su di loro, di accerchiarli. Non si accoglie la loro parte di verità, i loro valori, e in questo modo la società si impoverisce e si riduce alla prepotenza del più forte. La politica così non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace. In questo gioco meschino delle squalificazioni, il dibattito viene manipolato per mantenerlo allo stato di controversia e contrapposizione.

In questo scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere, com’è possibile alzare la testa per riconoscere il vicino o mettersi accanto a chi è caduto lungo la strada? Un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio. Aumentano le distanze tra noi, e il cammino duro e lento verso un mondo unito e più giusto subisce un nuovo e drastico arretramento.

Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune. Tale cura non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci. Spesso le voci che si levano a difesa dell’ambiente sono messe a tacere o ridicolizzate, ammantando di razionalità quelli che sono solo interessi particolari. In questa cultura che stiamo producendo, vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto comune, «è prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni».

Lo scarto mondiale

Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti. In fondo, «le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani. Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili».

La mancanza di figli, che provoca un invecchiamento della popolazione, insieme all’abbandono delle persone anziane a una dolorosa solitudine, afferma implicitamente che tutto finisce con noi, che contano solo i nostri interessi individuali. Così, «oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani». Abbiamo visto quello che è successo agli anziani in alcuni luoghi del mondo a causa del coronavirus. Non dovevano morire così. Ma in realtà qualcosa di simile era già accaduto a motivo delle ondate di calore e in altre circostanze: crudelmente scartati. Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere.

Questo scarto si manifesta in molti modi, come nell’ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca, perché la disoccupazione che si produce ha come effetto diretto di allargare i confini della povertà. Lo scarto, inoltre, assume forme spregevoli che credevamo superate, come il razzismo, che si nasconde e riappare sempre di nuovo. Le espressioni di razzismo rinnovano in noi la vergogna dimostrando che i presunti progressi della società non sono così reali e non sono assicurati una volta per sempre.

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10 Giu2021

CAPITOLO PROVINCIALE DEI PADRI BARNABITI

Pubblicato da Franco nella categoria Uncategorized

EREMO DI EUPILIO – COMO

 

AL CENTRO DI SPIRITUALITÀ A EUPILIO (COMO) DAL 19 AL 25 LUGLIO 2021, CAPITOLO PROVINCIALE UNIFICATO PROVINCIA NORD E PROVINCIA SUD DEI PADRI BARNABITI

“Proponiti di andare sempre avanti e in cose sempre più perfette”

(cfr. S. Antonio Maria Zaccaria Cost. XVIII)

 
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17 Mag2021

LA PRECISIONE E LA POTENZA DELLA PENTECOSTE

Pubblicato da Franco nella categoria Catechismo, Liturgia

Il giorno di Pentecoste cade sempre di domenica. Essa celebra un giorno straordinario, non solo per quello che è successo, ma come e perché è successo, rivelando la mano di Dio ed il Suo dono potente rivolto a te.

Cosa è successo a Pentecoste

Se hai sentito parlare di “Pentecoste”, probabilmente saprai che era il giorno in cui lo Spirito Santo scese sui discepoli di Gesù. E stato il giorno in cui è nata la Chiesa, “da quelli che furono chiamati” da Dio. L’accaduto viene riportato nella Bibbia al capitolo 2 degli Atti degli Apostoli. Quel giorno, lo Spirito di Dio scese sui primi 120 seguaci di Gesù, che iniziarono a parlare ad alta voce, in tutte le lingue del mondo. Ci fu un tale trambusto che migliaia di persone che erano a Gerusalemme, uscirono per vedere cosa stesse succedendo. Di fronte alla folla riunita, Pietro pronunciò il primo messaggio evangelico e “quel giorno furono aggiunte a loro circa 3000 persone” (Atti 2:41). Il numero di seguaci del Vangelo è cresciuto a partire da quella domenica di Pentecoste.

Tutto accadde 50 giorni dopo la risurrezione di Gesù. Fu durante questi 50 giorni che i discepoli si convinsero che Gesù era risorto dai morti. La domenica di Pentecoste è diventato un evento pubblico che ha cambiato la storia. Che tu creda o meno nella risurrezione di Gesù, la tua vita è stata influenzata dagli eventi di quella domenica di Pentecoste.

La comprensione di ciò che è successo alla Pentecoste, pur raccontata in maniera corretta, non è completa. Molte persone vogliono ripetere quella domenica di Pentecoste avendo un’esperienza simile. Dato che i primi discepoli di Gesù hanno avuto questa esperienza pentecostale “aspettando il dono dello Spirito”, oggi la gente spera che “aspettando” il dono dello Spirito Santo, avverrà di nuovo come allora. Quindi la gente supplica e aspetta che Dio porti un’altra Pentecoste. Ragionando in questo modo si ipotizza che fu l’attesa e la preghiera dei discepoli a “muovere” lo Spirito di Dio. Pensare in questo modo significa perdere la sua precisione – perché la Pentecoste registrata in Atti, capitolo 2, non è stata la prima.

La Pentecoste dalla Legge di Mosè

La “Pentecoste” era in realtà una ricorrenza annuale dell’Antico Testamento. Mosè (1500 a.C.) aveva stabilito numerose feste da celebrare durante tutto l’anno. La Pasqua ebraica fu la prima dell’anno ebraico. Gesù era stato crocifisso proprio nel giorno di Pasqua. Il momento della Sua morte era esattamente quello in cui venivano sacrificati gli agnelli della Pasqua ebraica, ed è stato inteso come un segno.

La seconda festa era quella delle primizie e la Legge di Mosè stabiliva che doveva essere celebrata il sabato della Pasqua, cioè “il giorno dopo” (di domenica). Gesù è risorto domenica, quindi la Sua risurrezione coincide perfettamente con la festa delle primizie.

La risurrezione di Gesù avviene esattamente mentre si celebravano le “Primizie”, era dunque una promessa che la nostra risurrezione sarebbe avvenuta in seguito (per tutti coloro che si fidano di Lui). La Sua risurrezione è letteralmente una “primizia”, proprio come il nome della festa profetizzata.

50 giorni dopo la domenica delle “Primizie” gli ebrei celebravano la Pentecoste (“Pente” per 50. Fu anche chiamato Festa delle settimane per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua). Gli ebrei celebravano già la Pentecoste da ormai 1500 anni, quando accadde la Pentecoste di Atti 2. La ragione per cui c’erano persone da tutto il mondo che ascoltarono il messaggio di Pietro quel giorno a Gerusalemme era che si trovavano riuniti per celebrare la Pentecoste dell’Antico Testamento. Oggi gli ebrei continuano a celebrare la Pentecoste e la chiamano Shavuot.

Leggiamo nell’Antico Testamento come doveva essere celebrata la Pentecoste:

Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per un’offerta agitata, i quali saranno di due decimi di un efa di fior di farina e cotti con lievito; sono le primizie offerte al Signore. (Levitico 23:16-17)

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